Avengers: Endgame, di Anthony e Joe Russo


La Marvel, per quanto da me bistrattata e giudicata, anche un pò pregiudizialmente lo riconosco, è una macchina cinematografica formidabile. Dalla quale il cinema italiano dovrebbe imparare modalità e strategie commerciali e mitopoietiche.
Questo ultimo film dei vendicatori è, certamente, un polpettone e un minestrone smisurato. Ma gli ingredienti sono sapientemente dosati e distribuiti lungo la durata del film. Ben 3 ore durante le quali mi sono commosso, divertito, gasato, deluso, illuso e sono stato definitivamente rapito dal mito.
Si chiama magia del racconto, affonda le sue radici nella nostalgia, il “dolore del ritorno” di antica memoria (Ulisse e il ritorno ad Itaca). Un ritorno che cambia definitivamente le cose (qualcuno morirà, qualcuno abbandonerà la calzamaglia, qualcuno sarà un essere nuovo e forse pacificato, un nuovo mondo forse nascerà).
Su tutto una bella riflessione sul ruolo del supereroe, in un’epoca di disillusione e chiusura nei propri confini mentali e geografici, di nazionalismo, suprematismo bianco e revanchismo filofascista.
Grande, grande cinema.
Vederlo in Imax 3D mi ha poi regalato un’esperienza sconvolgente e definitiva.
La fruizione cinematografica sta cambiando, spinta dalla minaccia dei nuovi servizi streaming (Netflix e Amazon prime video).
Ed era ora. Se il cinema vuole sopravvivere deve sondare nuove frontiere dell’intrattenimento e del coinvolgimento.
Inglobando la lezione della moderna serialità bulimica che sta sconvolgendo le abitudini di fruizione degli spettatori a livello ormai globale.
Si, sono americani. Si, sono tronfi ed egoici. Si, ripropongono una estetica del singolo (anche se fortificata nel’adesione più o meno contrastata a un gruppo, a un team variegato e mai pacificato).
Si, culturalmente ci stanno colonizzando (o lo hanno già fatto da tempo e questa è solo un’ulteriore conferma).
Ma il cinema lo sanno fare. E noi italiani dovremmo imparare ora più che mai.
Con meno alterigia e un pò più di umiltà.
Continuerò da parte mia a stigmatizzare la cinica operazione commerciale della Marvel, mentre mi affanno a scovare in piccole sale romane il cinema che mi piace davvero.
Ma, quel che è giusto è giusto: che conclusione spettacolare. Che emozione.

Border, di Ali Abbasi

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Ci sono film che stupiscono per la commistione di generi e registri, per un certo colore e sfumatura “altra” che dispiega davanti ai nostri occhi, rendendoci dapprima increduli e poi capaci di “vedere” con altri occhi, immaginando nuove vite, nuovi mondi e un nuovo futuro.
Che a compiere questo miracolo sia un regista di origini iraniane poi occidentalizzato non stupisce affatto.
E il film arriva proprio dove vuole arrivare.
In un presente ormai avvolto da un’atmosfera grigia e oscura, ossessionato da muri simbolici e reali, dalla paura dell’altro, del diverso, dell’immigrato, “Border” destabilizza il triste piano di realtà nel quale siamo piombati e lo fa in modo sublime e al tempo stesso rude, ma mai artificioso.
Il cinema ci ha già mostrato tutto?
No. Mai avevo assaporato un horror tanto realistico e al tempo stesso venato di tinte fantasy, che ci parlasse di alienazione, di rifiuto dell’altro, di scontri fra razze e recupero della vera discriminante, l’umanità, di “diversità” fisica genetica sessuale transessuale, di accettazione delle regole di convivenza sociale, loro rifiuto o del sogno di un mondo nuovo che si invera grazie ad una nuova generazione in costante contatto con la “terra” e le proprie radici. Della paternità, dell’essere figli, genetici o adottati, dell’amare, dell’essere attratti e non sapersi sottrarre, del doversi distaccare per prospettive di futuro divergenti.
E su tutto, orchi, Troll, una natura fatata e il richiamo del bosco… Persino l’orco che da piccolo la mamma mi avvertiva mi avrebbe portato via se non avessi fatto il bravo…
E David Lynch di Eraserhead, Cronenberg di Brood, naturalmente Peter Jackson, e una scatola in “transito”, portatrice di una vita che non può essere mostrata, come in Lasciami Entrare.
E tutto questo si amalgama alla perfezione e funziona terribilmente bene e in modo assolutamente non elitario.
Correte a vederlo e ne uscirete cambiati.

Suspiria, di Luca Guadagnino

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Primo film visto nel 2019 e credo il più importante dell’anno.

Guadagnino riesce nell’impossibile: partendo dal capolavoro horror di Argento, costruirvi sopra un altro film, coraggioso ammaliante e suggestivo, arrivando persino a capovolgerne il senso ultimo.

Streghe decadenti e rissose, perse in un’ansia di continuità o rinnovamento (quasi fosse l’eterno congresso del PD).

Le streghe, il femminino rimosso e razionalizzato esplode e rivendica il suo potere ancestrale.

Maternità, origine inalienabile, fecondità, eterna generazione e rigenerazione.

“Amore e manipolazione abitano sotto lo stesso tetto e dormono nello stesso letto”.

E poi rottura definitiva con Argento: il teatro è vetusto, polveroso. Ai confini col muro di Berlino. Riecheggiano nel teatro, grazie a tv e radio, la Raf, le gesta della banda Baader Meinhof, la nascita del terrorismo che decreterà la fine dei movimenti di lotta post 68 (il film è ambientato nel 1977).

Tilda Swinton come sempre grandiosa (credo una e trina), Dakota Johnson sanguigna e imperscrutabile.

E la mater suspiriorum c’è, si rivela in un modo nuovo e sposta l’attenzione del film su una vicenda particolare che si muove lateralmente alle quinte della storia postnazista, con tutto il carico di malinconia e sensi di colpa di una nazione e dell’Europa intera (ricordandomi le vicende sentimentali narrate da un altro capolavoro visto da poco, Cold War).

Un finale enigmatico e potente, un film che parla del passato col quale dobbiamo fare i conti e apre sul futuro, lanciando dardi di consapevolezza all’Europa di oggi, sempre più dilaniata ma tremendamente necessaria.

Un capolavoro da rivedere più volte per coglierne a pieno le suggestioni.

Io per ora sono alla prima visione.

Molte altre ne seguiranno.

Grazie Luca, per aver riportato il cinema horror italiano a tali vette di espressività.

Il primo Re, di Matteo Rovere

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Che anno entusiasmante per il cinema italiano.

Dopo Suspiria di Guadagnino, arriva questa opera che definisce con precisione un nuovo punto di vista sulla narrazione storica, affrontando con coraggio il mito fondativo dell’Impero romano.
Un punto di riferimento ineludibile per il cinema a venire.
Rovere delinea un affresco potente, deciso e raggiunge un equilibrio mirabile fra mitopoiesi e realismo: Romolo e Remo sono personaggi storici ma anche portatori simbolici delle istanze ideali che hanno fondato la nostra civiltà.

L’agricoltore e il pastore, la fede religiosa e la volontà di potenza, la visione misterica del reale e il canone della legge, la società matriarcale (il culto delle tre madri) e quella patriarcale (il Dio del vecchio testamento, con il suo impianto normativo e punitivo). Archetipi sottesi all’inconscio collettivo dell’uomo occidentale.

Un messaggio profondo e politico per tutti noi, affinchè nel caldo delle nostre abitazioni e al riparo nelle sterminate sovrastrutture cittadine (invero ormai in crisi) si provi a guardare nel punto più nascosto dell’antico Maelstrom, alla scoperta definitiva delle ragioni per dirsi romani, cittadini comunitari, in uno Stato/Nazione, in Europa, nel mondo.
Microcosmo e macrocosmo, senza soluzione di continuità.

Una lettura originale e attualissima delle radici della cultura moderna, l’Impero romano ma anche l’Europa. Quando a dominare eravamo noi. Quando a globalizzare eravamo noi.

Di più. Una riflessione sulla nascita di una comunità, nucleo di convivenza fra gli uomini, fondamento della civiltà: cosa tiene uniti gli uomini? Cosa distingue un uomo da una bestia?

Di più. Una sequenza iniziale insegna a noi uomini moderni cosa sia la rivoluzione e le regole per portarla a termine con successo.

Un messaggio politico chiaro, limpido, preciso.

Mirabile dictu.

L’aspetto linguistico è intrigante, si tocca con mano il lavoro fatto da un gruppo di latinisti che rende al confronto quanto fatto ne La passione di Cristo un giochino per bambini.

Attori in stato di grazia, fotografia impressionante, sequenze d’azione come in Italia non ne avevamo mai viste, chiarezza di visione encomiabile ed un lungo incipit, grugnito, sbuffato, urlato, degno di 2001 Odissea nello spazio.

Questo è un punto di non ritorno.

Ora non resterebbe che allacciarsi le cinture e spingere il piede sull’acceleratore.
E il cinema italiano potrebbe ambire nuovamente a conquistare il primato mondiale.
Seguendo le orme mitiche che due uomini lasciarono sul terreno tanto tempo fa, il 753 A.C.

Zero Dark Thirty, di Kathryn Bigelow

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Il film è basato sull’attività di intelligence che ha portato all’individuazione e all’uccisione di Osama bin Laden, il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, Pakistan da parte del DEVGRU. La trama si sviluppa in un arco di tempo compreso tra il 2001 e il 2011, e narra le indagini e le ricerche che portano l’agente CIA Maya (Jessica Chastain) a scovare il nascondiglio del terrorista Osama bin Laden.

Il penultimo film di Kathryn Bigelow, The Hurt Locker, era pervaso da un evidente compiacimento da parte della regista e dello sceneggiatore Mark Boal, che stonava e deviava lo spettatore dalla realtà (il pantano dell’invasione statunitense in Iraq), riproponendo un’estetica fortemente imperialista ed accodandosi alla lunga lista di film che esaltano le gesta dei soldati americani salvatori del mondo.

Sono invece rimasto piacevolmente colpito da “Zero Dark Thirty”, oltre che dal punto di vista tecnico e spettacolare (fotografia e montaggio eccezionali, ineccepibile meccanismo di costruzione della tensione con accumulo finale nella impressionante sequenza dell’operazione notturna), anche dal punto di vista contenutistico, o meglio “simbolico”.
Non vi è esaltazione della tortura da parte degli agenti CIA, semmai una sua doverosa rappresentazione, piuttosto cruda e realistica. Del resto la violenza esercitata non sembra sortire alcun effetto evidente nei confronti del fanatismo estremo, fideistico, dei prigioneri musulmani.
La regista ha voluto fotografare gli eventi “acriticamente”, senza esprimere giudizi, obbligare gli spettatori alla crudele visione, “condannarli” a vivere una violenza per lo più occultata dai media (simbolicamente Maya entra nella sala delle torture, non si limita a guardare dallo schermo, seppur visibilmente provata dall’esperienza). A ben vedere si rileva un diffuso senso di condanna nei confronti delle violenze perpretate sui prigionieri.

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John dies at the end, Django unchained, Cloud Atlas

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Tre post in uno. Riportati in ordine decrescente di giudizio. Perchè doverosamente trattasi di film sui quali non mi sento di parlare a lungo. Il primo, perchè sarebbe un delitto. Il secondo, perchè ottimo prodotto d’intrattenimento, comunque piuttosto sopravvalutato. Il terzo, poichè roboante e magniloquente fiera delle ovvietà.

John dies at the end, di Don Coscarelli

Vi prego, recuperate questo film e guardatelo a tutti i costi. Non posso e non voglio anticipare nulla della trama, ogni dettaglio vi rovinerebbe il gusto della scoperta, inquadratura dopo inquadratura. Film geniale, divertentissimo, disturbante … ma ogni aggettivo sarebbe inappropriato. Horror, commedia adolescenziale, teen-slasher, fantascienza post-apocalittica. Tanti generi mescolati fra loro, in un non-genere, ed il risultato è … perfetto! Calibrato in ogni sfumatura, in ogni minimo particolare, sempre stimolante e mai banale. Coscarelli (genio creatore di quel capolavoro che è Phantasm, del 1979, film che mi ossessionò non poco da bambino e mi causò lunghe notti insonni) mostra di conoscere tutti i topoi classici dei film horror e di fantascienza, di padroneggiarli alla perfezione, tanto da colpire violentemente per poi irridere lo spettatore e stupire cambiando repentinamente il registro della narrazione. Il tutto senza una sbavatura. Vi troverete a ridere fragorosamente, per poi riflettere subito dopo sul senso della vita ed essere poi scaraventati in un episodio de “Ai confini della realtà” … per poi infine trovarvi ammutoliti vagando nel nichilismo di un universo (e anche più di uno!) senza senso e direzione. Solo i grandi possono permettersi tanto e Coscarelli, d’ora in poi, può veramente tutto.

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The Master, reprise

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Poche volte mi capita di tornare su un film, peraltro già abbondantemente discusso. Nel caso di The master non esito a farlo, per le qualità intrinseche dell’opera e la capacità di Paul Thomas Anderson di rappresentare traumi e suggestioni del Moderno.
Segnalo, in aggiunta alla mia recensione che trovate nel post precedente, le straordinarie analisi de gli spietati, come sempre ricche di spunti e suggestioni.

Recensioni de “Gli spietati”

Ciò a sottolineare, qualora fosse ancora necessario, quanto il nuovo percorso autoriale di Anderson sia apprezzato da queste parti, in quanto, quest’ultimo, fra i pochi coevi esponenti di un cinema davvero capace di sondare l’animo umano e trasporre su schermo gli orizzonti, i traumi, le ossessioni dell’America moderna. Oltre a regalarci alcune tra le sequenze più ipnotiche e cariche di simboli del cinema di tutti i tempi.

A dimostrazione che l’Arte cinematografica, con la A maiuscola, è più viva che mai.

 

 

The Master, di Paul Thomas Anderson

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Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale con evidenti problemi nevrotici, ossessionato dal sesso e alcolista (distilla da sè intrugli chimici che somministra a sè ed agli altri). In seguito ad un’accusa di omicidio, durante una fuga, incontra casualmente Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), sedicente filosofo e scienziato, capo carismatico de “La causa”, gruppo di sperimentazione di nuove e controverse tecniche di indagine dell’inconscio. Inizia così un sodalizio che li vedrà confrontarsi e scontrarsi in un viaggio che li condurrà su strade diverse.

Paul Thomas Andreson, dopo l’imprescindibile capolavoro “Il petroliere” (“There will be blood”), compie un passo ulteriore e decisivo nel percorso di definizione di un suo personalissimo cinema. Con The Master (premiato a Venezia 2012 con Leone d’argento alla regia, coppa Volpi migliore interpretazione maschile ex aequo ai due protagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman) riprende alcune tematiche dell’opera precedente, ma sorprendentemente si muove in un campo affatto diverso: tanto Il petroliere era scandito da un ritmo travolgente, sanguigno ed epico, quanto questo The Master è invece sospeso in un clima etereo, sognante, ipnotico e più sottilmente inquietante.

Ne “Il petroliere”, ambientato agli inizi del ventesimo secolo, la dialettica fra i personaggi Daniel Plainview (il petroliere) ed Eli Sunday (il prete) era simbolica dello scontro tra capitalismo e fede religiosa alle origini della cultura imprenditoriale occidentale; ne “The Master”, ambientato nella seconda metà del ventesimo secolo, più precisamente a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il maestro Lancaster Dodd, pur ispirandosi esplicitamente al personaggio storico L. Ron Hubbard, fondatore di Scientology, rappresenta qualcosa in più, una figura emblematica e quasi archetipica, decisamente ambigua.

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Prometheus, di Ridley Scott

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Tanto si è detto e scritto su questo film, che stavolta adotto un approccio per così dire ecologico.

Perchè aggiungere parole, opinoni, motivazioni, quando più o meno tutto ed il contrario di tutto è già stato detto?

Quindi…

Di seguito il link alla recensione che più ho trovato coerente con la mia  personale visione del film.

Prometheus – Recensione de “Gli spietati”

P.S. – Lo faccio anche perchè non ho molta voglia di cimentarmi in un post su un’opera che considero, al di là del puro intrattenimento, sterile e deludente. La vita è breve e le nostre energie limitate, perciò si dovrebbe concentrarle solo su ciò che piace ed appassiona.

Davvero interessante e da vedere è invece la “viral clip” sull’androide David.