
La Marvel, per quanto da me bistrattata e giudicata, anche un pò pregiudizialmente lo riconosco, è una macchina cinematografica formidabile. Dalla quale il cinema italiano dovrebbe imparare modalità e strategie commerciali e mitopoietiche.
Questo ultimo film dei vendicatori è, certamente, un polpettone e un minestrone smisurato. Ma gli ingredienti sono sapientemente dosati e distribuiti lungo la durata del film. Ben 3 ore durante le quali mi sono commosso, divertito, gasato, deluso, illuso e sono stato definitivamente rapito dal mito.
Si chiama magia del racconto, affonda le sue radici nella nostalgia, il “dolore del ritorno” di antica memoria (Ulisse e il ritorno ad Itaca). Un ritorno che cambia definitivamente le cose (qualcuno morirà, qualcuno abbandonerà la calzamaglia, qualcuno sarà un essere nuovo e forse pacificato, un nuovo mondo forse nascerà).
Su tutto una bella riflessione sul ruolo del supereroe, in un’epoca di disillusione e chiusura nei propri confini mentali e geografici, di nazionalismo, suprematismo bianco e revanchismo filofascista.
Grande, grande cinema.
Vederlo in Imax 3D mi ha poi regalato un’esperienza sconvolgente e definitiva.
La fruizione cinematografica sta cambiando, spinta dalla minaccia dei nuovi servizi streaming (Netflix e Amazon prime video).
Ed era ora. Se il cinema vuole sopravvivere deve sondare nuove frontiere dell’intrattenimento e del coinvolgimento.
Inglobando la lezione della moderna serialità bulimica che sta sconvolgendo le abitudini di fruizione degli spettatori a livello ormai globale.
Si, sono americani. Si, sono tronfi ed egoici. Si, ripropongono una estetica del singolo (anche se fortificata nel’adesione più o meno contrastata a un gruppo, a un team variegato e mai pacificato).
Si, culturalmente ci stanno colonizzando (o lo hanno già fatto da tempo e questa è solo un’ulteriore conferma).
Ma il cinema lo sanno fare. E noi italiani dovremmo imparare ora più che mai.
Con meno alterigia e un pò più di umiltà.
Continuerò da parte mia a stigmatizzare la cinica operazione commerciale della Marvel, mentre mi affanno a scovare in piccole sale romane il cinema che mi piace davvero.
Ma, quel che è giusto è giusto: che conclusione spettacolare. Che emozione.





Poche volte mi capita di tornare su un film, peraltro già abbondantemente discusso. Nel caso di The master non esito a farlo, per le qualità intrinseche dell’opera e la capacità di Paul Thomas Anderson di rappresentare traumi e suggestioni del Moderno.


Tanto si è detto e scritto su questo film, che stavolta adotto un approccio per così dire ecologico.