Little smoke – This will destroy you

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Musica post-rock cinematica, minimale, che esplode in un fragore straniante al limite fra melodia e dissonanze disturbanti.

Una possibile colonna sonora per scenari post-apocalittici.

Da ascoltare con attenzione, al buio.

Il nome del gruppo è: This will destroy you… niente di più appropriato…

Le città della notte rossa, di William S. Burroughs

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“Qualche volta i sentieri durano più delle strade”

W.S.Burroughs – “Le città della notte rossa”

… E tra le città della notte rossa, i sentieri abbondano ed il viaggiare è più un vagare indefinito ed immemore alla ricerca di una qualche verità.

Arduo recensire un’oggetto come un libro di Burroughs.

Ancor più questo libro di Burroughs.

Scritto nel 1981, seguito da “Strade morte” (1983) e “Terre occidentali” (1987), fu il primo di una sconcertante trilogia che costituisce la fase finale della produzione letteraria dell’ormai mitico padre della beat generation. Impossibile delineare una trama, almeno in quanto susseguirsi lineare di eventi. Impossibile districarsi nella fitta ragnatela di metafore, rimandi, archetipi tratteggiati in questa opera informe e frantumata che, inquadrata nell’intera trilogia, assume le sembianze di una titanica epopea visionaria. Il concetto stesso di opera letteraria perde il suo significato più proprio, o meglio supera i confini che tradizionalmente gli vengono attribuiti: diviene esperienza mistica, totalizzante, piena; essa non si esaurisce nel mero atto del leggere, immaginare, lasciarsi guidare dall’autore nel caos allucinato partorito dalla sua penna. Questo libro “abita” il lettore, lo devasta, lo contamina, proprio come un virus, metafora usata dallo stesso Burroughs nell’intero corso della sua produzione letteraria e ancor più nella trilogia in questione. Le tematiche care all’autore sono quantomai vive e ferocemente attive: l’anarchica lotta contro ogni forma di controllo del corpo e della mente, l’esplosione di una libertà sessuale, espressiva, morale che si spinge ai limiti del possibile e del comprensibile, la destrutturazione di ogni paradigma mentale, l’estrema e caotica mescolanza di generi letterari.

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Lo spazio nel cinema di Stanley Kubrick – Shining

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Vero topos ossessivo del cinema kubrickiano è la rappresentazione di stanze enormi, dalle perfette simmetrie, sottolineate da lampade e punti di illuminazione disposti simmetricamente, da scelte cromatiche precise, mai casuali, da “textures” geometriche (rombi, quadrati, prismi) che esaltano gli effetti di prospettiva e profondità.

Una sequenza del film Shining può illustrare più di altre l’uso dello spazio che Kubrick opera nei suoi film: il bar nella “Gold Room”.

La stanza in oggetto è una tipica sala da ballo elegante e lussuosa dei grandi hotel del secolo scorso. E’caratterizzata da una estrema e serrata simmetria nelle forme, nella disposizione delle luci e degli oggetti d’arredamento. I movimenti di macchina di Kubrick, lenti e lineari, contribuiscono a definire lo spazio narrato ed a trasmettere un senso di grandezza e maestosità.

Jack, il protagonista del film, entra in questa stanza dopo aver avuto un incubo in cui uccideva figlio e moglie a colpi d’accetta e dopo essere stato accusato dalla moglie di essere responsabile di violenze sul figlio. Questi eventi denotano il lento sfaldarsi del suo equilibrio psichico, mostrando frammenti di rimosso che premono dall’inconscio.

Verso la follia
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Riflessioni sul perturbante nel cinema – 2 – La Cosa

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Dopo l’introduzione teorica al concetto di perturbante e “uncanny valley” ed il primo post dedicato a Ridley Scott (e le sue opere “Blade Runner” e “Alien”), continuiamo l’excursus delle opere più rappresentative ed esemplificative del “perturbante”, parlando di un regista fondamentale della cinematografia moderna, John Carpenter, e del suo capolavoro, “La Cosa”.

La cosa (John Carpenter, 1982) – Biologia del perturbante

Il contagio – Macrocosmo e microcosmo

Sequenza 1 – Tempo e luogo indefiniti.

Sequenza 1 – Spazio

Un’astronave sfreccia nello spazio siderale. Si dirige verso la terra. Penetra nella sua atmosfera, infuocandosi. Si ode uno schianto.

Titoli, “The thing”.

Sequenza 2 – Tempo e luogo: 1982, Antartide.

Sequenza 2 – Antartide

Neve, ghiaccio, nubi, cielo. Un paesaggio bianco abbacinante, ove cielo e terra si confondono e perdono significato. Un vuoto, un plasma metafisico, nel quale si staglia una piccola macchia nera in movimento, un cane che corre incessantemente nella neve/vuoto. Il cane/virus è diretto verso una base antartica, inseguito da un unico anticorpo, un elicottero norvegese.

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Diaz, di Daniele Vicari

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“Don’t clean up this blood”, non pulite questo sangue, sottotitolo del film e suo dichiarato intento programmatico. La volontà di non dimenticare, anzi di mostrare, con una crudezza e verosimiglianza inaudite e necessarie,  ciò che accadde nella scuola Diaz prima e nella caserma di Bolzaneto poi i giorni 21 e 22 luglio 2001. Lo scenario è quello noto dei disordini di Genova durante la riunione del G8 (capi di governo dei maggiori paesi industrializzati). Le fonti del film sono le inchieste giudiziarie che seguirono ai fatti narrati, in particolare le deposizioni dei giovani, italiani e stranieri, che furono letteralmente massacrati dalle forze di Polizia nei luoghi suddetti.

La memoria individuale e collettiva si ferma alle immagini delle aule vuote, riprese dalle telecamere dopo il pestaggio: sangue sui muri e sul pavimento, in macchie e pozze che lo sguardo non potè eludere.

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Hieronymus Bosch, moderno pittore del perturbante

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Ospito volentieri un articolo dell’amico Maurizio Liberati, che introduce al perturbante nell’arte pittorica del maestro Hieronymus Bosch.

Ritratto

Hieronymus Bosch, pittore olandese fiammingo, vissuto tra la fine del Quattrocento e il primo Cinquecento. Unico, singolare, uno degli artisti più inquietanti della pittura di ogni epoca, è celebre per le sue allucinate visioni infernali, scaturite da un immaginario simbolico tanto originale quanto misterioso, con radici bibliche e talvolta alchemiche.

I suoi dipinti riflettono i tormenti, le ansie religiose, le superstizioni, le ingiustizie dell’epoca in cui visse, adombrati in proverbi, costumanze, allegorie morali tese a mostrare all’uomo gli orrori della via del peccato.

Molti si sono dedicati a ricercare e decifrare il significato complessivo delle sue opere e quello degli innumerevoli particolari.

Il mistero e l’enigma che avvolgono la pittura di Bosch circondano la stessa figura dell’artista: della sua vita sappiamo poco, eccetto che trascorse l’intera esistenza nella città di ‘s Hertogenbosch, vicino all’attuale confine tra Olanda e Belgio, e che godette di una certa celebrità e ammirazione. Ancora oggi le sue opere continuano ad esercitare un fascino conturbante e provocatorio, grazie alla loro inesauribile ispirazione e alla stupefacente ricchezza fantastica e formale.

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Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana

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Recensione atipica stavolta. Per me unica possibile. Riflessione su un articolo altrui. Intorno (e oltre) vicende narrate in un film che lascia volutamente alcuni punti sospesi, mostrando piste da alcuni ritenute possibili e giuridicamente provate, da altri prive di fondamento. In ogni caso indicando chiaramente un orizzonte inquietante del nostro paese, per bocca (ed ideale) di un intenso Fabrizio Gifuni nella parte di Aldo Moro.

Un film volutamente referenziale, riflessivo e “incompleto” non può che spingere a pensare, discutere e non dimenticare.

Di Miguel Gotor                     <fonte DAGOSPIA>

Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974.

Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise».

Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato.

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Riflessioni sul perturbante nel cinema – 1 – Blade Runner ed Alien

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Per un’introduzione teorica al concetto di perturbante e “uncanny valley” si veda il post precedente.

Partendo dalle considerazioni fin qui svolte sarà utile a titolo di esempio analizzare alcune opere che possono essere essere definite “perturbanti”.

Alcuni film hanno ripreso in modo piuttosto esplicito i topoi fin qui esposti.

Blade Runner (Ridley Scott, 1982) – O dell’automa

Nella celebre sequenza ambientata in casa di J.F.Sebastian, il creatore di androidi, vengono mostrati una serie di automi più o meno somiglianti all’uomo.

Alcuni semplici manichini, altri sembrano veri e propri esseri viventi, con espressioni e movimenti antropomorfi.

Tutto è funzionale alla creazione di un contesto utile all’inquadramento di un personaggio: il replicante femmina Pris, interpretato dalla bellissima Daryl Hannah. Analizziamone le caratteristiche che ne fanno un esempio di perturbante. E’praticamente identica ad un essere umano, come del resto gli altri replicanti. Il trucco marcato e le movenze che la caratterizzano però la rendono simile talvolta ad una bambola erotica (denunciando quindi l’artificiosità e l’attrattività dell’involucro in contrapposizione alla “vuotezza” del contenuto), altre volte ad un pericolosissimo animale predatore (si vedano le sequenze della colluttazione e della sua morte straziante).

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Il perturbante (Das Unheimliche)

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Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.

Sigmund Freud, Il perturbante, 1919

Das Unheimliche (tradotto in perturbante) è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato da Sigmund Freud come termine concettuale per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità.                                    Fonte: Wikipedia

Se l’etimologia del termine “Heim” indica la casa, quindi la familiarità, “Un-heimliche” conduce a tutto ciò che è estraneo, che spiazza e disorienta. O meglio, ciò che “sembra” familiare, ma in verità non lo è. Un classico esempio è quello del disagio provato osservando una statua di cera. Riprendendo la suddetta citazione freudiana, potrebbe essere anche definito come una commistione di elementi familiari ed elementi estranei. Per questo l’Unheimliche viene anche associato al concetto freudiano di contenuto psichico rimosso.

Un esempio classico in letteratura di elaborazione del tema del “perturbante”, ancor prima dell’avvento dell’approccio freudiano, è “L’uomo della sabbia” di E.T.A. Hoffmann, racconto gotico-fantastico del 1815. La trama potete leggerla qui. Si tratta di un esplicito caso di perturbante legato alla paura dell’altro, esemplificato nel tema dell’automa.

La scoperta dell’inconscio avviene qui, nella letteratura romantica fantastica, quasi cent’anni prima che ne venga data una definizione teorica

Italo Calvino a proposito de “L’uomo della sabbia” di E.T.A Hoffmann

La zona perturbante (Uncanny Valley).

La definizione e le considerazioni di seguito riportate sono basate sul lavoro di Masahiro Mori, noto studioso di robotica.

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