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Tre post in uno. Riportati in ordine decrescente di giudizio. Perchè doverosamente trattasi di film sui quali non mi sento di parlare a lungo. Il primo, perchè sarebbe un delitto. Il secondo, perchè ottimo prodotto d’intrattenimento, comunque piuttosto sopravvalutato. Il terzo, poichè roboante e magniloquente fiera delle ovvietà.

John dies at the end, di Don Coscarelli

Vi prego, recuperate questo film e guardatelo a tutti i costi. Non posso e non voglio anticipare nulla della trama, ogni dettaglio vi rovinerebbe il gusto della scoperta, inquadratura dopo inquadratura. Film geniale, divertentissimo, disturbante … ma ogni aggettivo sarebbe inappropriato. Horror, commedia adolescenziale, teen-slasher, fantascienza post-apocalittica. Tanti generi mescolati fra loro, in un non-genere, ed il risultato è … perfetto! Calibrato in ogni sfumatura, in ogni minimo particolare, sempre stimolante e mai banale. Coscarelli (genio creatore di quel capolavoro che è Phantasm, del 1979, film che mi ossessionò non poco da bambino e mi causò lunghe notti insonni) mostra di conoscere tutti i topoi classici dei film horror e di fantascienza, di padroneggiarli alla perfezione, tanto da colpire violentemente per poi irridere lo spettatore e stupire cambiando repentinamente il registro della narrazione. Il tutto senza una sbavatura. Vi troverete a ridere fragorosamente, per poi riflettere subito dopo sul senso della vita ed essere poi scaraventati in un episodio de “Ai confini della realtà” … per poi infine trovarvi ammutoliti vagando nel nichilismo di un universo (e anche più di uno!) senza senso e direzione. Solo i grandi possono permettersi tanto e Coscarelli, d’ora in poi, può veramente tutto.

Django unchained, di Quentin Tarantino

Deve essere premiato il caro vecchio Quentin, almeno per la sua furbizia e padronanza del mezzo cinematografico. Dopo un’opera piuttosto facile come Bastardi senza gloria (fumettone antinazista auto referenziale e macchiettistico, orchestrato con gli stilemi tipici dello spaghetti-western), questo Django mostra un Tarantino decisamente più in forma, anche se in linea con una produzione ormai piuttosto di “maniera”. Siamo lontani dalla rivoluzione totale di Le iene e Pulp Fiction, dall’universo (anti)mitico di Jackie Brown. Per fortuna siamo anche lontani dal periodo Grindhouse (non pienamente riuscito, a parte il gioiellino Planet Terror di Rodriguez). L’unico paragone può essere fatto con il dittico Kill Bill 1 e 2, del quale recupera la tematica della vendetta e la sovraesposizione fumettistica della violenza e del sangue. Ottimi attori: Christoph Waltz su tutti, sempre più impressionante, qui vero e proprio motore immaginifico ed espressivo del film; Samuel L.Jackson in panni inconsueti e davvero inquietanti, nel ruolo forse più interessante della sua carriera, dai tempi di Pulp Fiction; Leonardo Di Caprio perfetto nel ruolo del cattivo viscido ed abietto. Fotografia e montaggio come di consueto impeccabili e travolgenti nell’incedere di sequenze dialogiche inframmezzate da improvvise deflagrazioni di violenza e sangue, in puro stile tarantiniano. Una colonna sonora mitica e pulp, mescolante alto e basso, pop e western. Davvero un film d’intrattenimento perfetto, una sceneggiatura di ferro con una certa diluizione e verbosità nelle sequenze finali, con qualche originale riflessione sulla segregazione razziale, orgoglioso di una “negritudine” esibita e “cool”, in tempi di rivendicazione dei diritti e di rivincita dei neri nell’America di Obama. Attenti però ad attribuire a questo film meriti che non ha: nessuna pretesa, nessun capolavoro del cinema moderno, nessuna rifondazione del mito del West (si prega di non citare a sproposito Sergio Leone, che il cinema “frullatore” di Tarantino può solo citare ed omaggiare, poichè privo della sua potenza espressiva e della sua iconografia mitica). Il western, per fortuna, ha saputo essere molto altro e molto di più, da quello all’italiana (d’autore e artigianale) a quello romantico e infine decadente. Quindi, certamente il film recupera stilemi e situazioni del western, ma rimane sempre e comunque un baraccone fumettoso e irreale. Del resto è un pò che l’operazione tarantiniana mostra la corda: grande richiamo di pubblico (questo un merito indubbio), ma riproposizione di uno schema che inizialmente ha stupito ed innovato, generando numerosi epigoni, ma ormai sembra avere poco altro da dire. Da parte mia tiferò fino all’ultimo per Tarantino: che possa trovare di nuovo il modo di innovare, di scongiurare il rischio evidente che il suo cinema divenga sempre più autoreferenziale ed asfittico.

Cloud Atlas, di Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski

I Wachowski tornano a colpire con questo film, a modo loro certo, in maniera analoga a quanto fatto con la trilogia di Matrix: il primo fu impressionante e seminale, il secondo imperfetto ma stimolante, il terzo piuttosto banale e deludente. A ben vedere il loro cinema è ambizioso nelle pre(pro)messe, per poi a conti fatti rivelarsi debole nei risultati. Anche qui meglio non rivelare troppo dell’intreccio, unica cosa che tiene lo spettatore al di sopra della soglia del sonno. Anche perchè il film si basa quasi interamente su un sovrapporsi di storie, situazioni, atmosfere che riecheggiano nella Storia, a volte solo per piccoli particolari, spesso per tematiche forzatamente sovrapposte e sfumate l’una nell’altra. La lunga carrellata di personaggi, nello svelarsi del filo di Arianna del film, fa sì che lo spettatore non possa immedesimarsi con alcuno, sospendendo il transfert empatico della visione, oltre che il patto di verosimiglianza che anche nell’opera più folle deve stabilirsi fra narratore e spettatore. Si viaggia come su una nave sballottati tra i flutti; le singole storie, se prese in sè, hanno poco di realmente interessante; non c’è nulla che possa stimolare riflessioni profonde, a dispetto del “tutto è connesso” sbandierato già dai primi trailer, più superficiale totem “new age” che impianto programmatico dell’opera. Il film ha davvero poco di innovativo, se si esclude una buona prova di attori (del resto il film è dotato di un cast eccezionale), un grande trasformismo degli stessi (spesso merito di un trucco pesante e old style) e scenografia/fotografia davvero curate. La parte forse più interessante è quella  con protagonista un clone, Sonmi-451, ambientata in un futuro distopico davvero studiato nei minimi dettagli, visivi e simbolici, costellato da omaggi alla fantascienza di Blade Runner e Matrix. Peccato che anche questa parte si perda e sfumi nel sentimentalismo e nel riecheggiare di vuoti slogan “new age”. Ottima confezione, effetti speciali ben realizzati, grande successo di pubblico, ma difficilmente negli anni a venire questo film verrà ricordato, poichè il seppur minimo guizzo di originalità è annacquato in una visione verbosa, appesantita e banalizzante, come spesso avviene in tanto cinema contemporaneo. Infine, particolare che conferma una certa miopia dell’assunto di fondo, il film, pur se coraggiosa e costosissima produzione tedesca, orgogliosamente  contrapposta agli studios di Hollywood, affonda nei luoghi e motivi iconografici più classici e triti dell’immaginario anglo/americano (tratta degli schiavi, indiani d’america, complotti spionistici a sfondo atomico, romanticismo ottocentesco) come se la storia dell’uomo e l’universo stesso possa riassumersi emblematicamente nella pur epica storia del grande continente. Del resto, dai registi di Speed Racer e V per Vendetta non era forse lecito aspettarsi di più che un bel giocattolone a cui dedicare qualche minuto di puro divertimento per poi passare a qualcosa di più serio. Le deflagranti premesse di Matrix furono però ben altra cosa…