Annexia 3

Riflessioni sul perturbante nel cinema – 2

La cosa (John Carpenter, 1982) – Biologia del perturbante

Il contagio – Macrocosmo e microcosmo

Sequenza 1 – Tempo e luogo indefiniti.

Sequenza 1 – Spazio

Un’astronave sfreccia nello spazio siderale. Si dirige verso la terra. Penetra nella sua atmosfera, infuocandosi. Si ode uno schianto.

Titoli, “The thing”.

Sequenza 2 – Tempo e luogo: 1982, Antartide.

Sequenza 2 – Antartide

Neve, ghiaccio, nubi, cielo. Un paesaggio bianco abbacinante, ove cielo e terra si confondono e perdono significato. Un vuoto, un plasma metafisico, nel quale si staglia una piccola macchia nera in movimento, un cane che corre incessantemente nella neve/vuoto. Il cane/virus è diretto verso una base antartica, inseguito da un unico anticorpo, un elicottero norvegese.

Tu – Tum … Tu – Tum … Tu – Tum

Un inquietante battito cardiaco, colonna sonora essenziale, a demarcare già ab initio il carattere viscerale, biologico della pellicola. Siamo all’interno di un organismo, noi stessi organismi. Osserviamo la biologia del perturbante.

Un’altra sequenza del film riassume, o meglio simula l’intero film.

Sequenza 3 – Blair, biologo della base antartica, osserva una simulazione al computer.

Sequenza 3 – Biologia cellulare

Sullo schermo un gruppo di cellule stilizzate in computer grafica. Vedremo che, sebbene apparentemente identiche, solo alcune di esse sono umane. Infatti una cellula si avvicina ad un’altra, muta la assimila e la imita, riproducendone una copia. Osservando attonito e pensieroso i risultati della simulazione, Blair prenderà la sua pistola dal cassetto. Egli, in quanto biologo, è il primo e forse il solo ad intuire lo sconcertante destino dell’umanità. Un destino senza speranza alcuna di sopravvivenza.

Le tre sequenze riproducono la stessa dinamica di contagio su scale spaziali e temporali diverse.

Sequenza 1 – L’astronave/cosa è veicolo per l’invasione aliena dallo spazio del pianeta Terra.

Sequenza 2 – Il cane/cosa è veicolo per l’invasione aliena nel gruppo/società di umani della base antartica.

Sequenza 3 – La cellula/cosa è veicolo per l’invasione aliena nell’insieme di cellule all’interno di un organismo.

Il campo spaziale nel film muove dal macrocosmo verso il microcosmo. Si osservi il corrispondente movimento della dimensione temporale, dall’indefinizione macrocosmica (lo schianto dell’astronave avvenuto almeno 100.000 anni fa) fino ad una scansione microcosmica via via più precisa, misurabile e granulare (anno 1982, nel quale è ambientato il contagio nella base ad opera del cane/cosa; il susseguirsi di istanti/frame visivi scandito dal computer nella simulazione del contagio della cellula/cosa).

E’ altresì interessante notare il progressivo movimento scopico della prospettiva: da visione telescopica, a visione filtrata da occhiali scuri da neve (del protagonista Mac Ready), passando per l’analisi medico-biologica delle viscere della “cosa” fino   alla visione microscopica garantita dalle simulazioni del contagio cellulare al computer.

I movimenti spazio-temporali suddetti costituiscono una sorta di collasso dell’eterno in una dimensione contingente e particolare, ricorrente in tanto cinema carpenteriano. Allo scopo di creare perfetti meccanismi ad orologeria, in grado di evocare dal profondo emozioni e sentimenti legati al perturbante. In questo senso è davvero sapiente l’uso della contrapposizione fra

  • una “gabbia” spaziale contingente (la New York de “1997: fuga da New York”, Antonio Bay di “Fog”, la casa di “Halloween”, la chiesa de “Il signore del male”, la base antartica de “La cosa”) e l’immenso dell’infinito
  • la corsa contro il tempo, scandita dal succedersi dei singoli secondi (“1997: fuga da New York”, “Fog”, “Halloween”, “Il signore del male”, “La cosa”) e l’immobilismo dell’eternità
Non meno frequente in Carpenter è la presenza della tematica della percezione visiva.
Carpenter e l’estetica della visione

L’occhio di John

Carpenter gioca la sua intera carriera di regista sul tema della “vista”, il senso dominante in una società oggi dominata dal successore dell’homo sapiens, l’homo videns (sua evoluzione o involuzione?). La sua è una vera e propria estetica della visione, della quale non fa mistero e che rinnova, analizzandone film dopo film i diversi aspetti, cogliendone i molteplici punti di … vista.

La vista nei suoi film è spesso occultata e fallace (Distretto 13, Fog, HalloweenEssi vivono, Avventure di un uomo invisibile); talvolta l’uomo necessita di una vera e propria rieducazione alla visione, che si concretizza in una sorta di pedagogia carpenteriana (Fog1997: fuga da new york, Essi vivono, Il signore del male). Immancabilmente la vista è fonte di perturbante: per Carpenter, tra i cinque sensi umani, essa è LA porta dalla quale, per antonomasia, penetra il male nella nostra esistenza. Simbolicamente, ne Il Signore del male, il Diavolo, essenza stessa del male, capovolgimento del bene, fonte eterna di perturbante nell’immaginario umano di ogni tempo, giunge nel nostro mondo attraverso uno specchio. Dispositivo, quest’ultimo, nel quale lo sguardo è sottoposto ad un corto circuito: l’occhio guarda se stesso guardarsi. Fonte del perturbante legato all’altro da sè, alla copia esatta (ma, per l’appunto, speculare) dell’io.

Vista monoculare – Jena Plissken

Vista protetta – Mac Ready

Occultamento della vista – Nick Halloway

Nuova vista – John Nada

Il Diavolo “attraversa” lo specchio – Il signore del male

La cosa non fa eccezione, anzi si erge a capitolo paradigmatico dell’intera filmografia carpenteriana e, potremmo dire, di un intero genere filmico.

Uomo o cosa?

La tematica del contagio assume in “La cosa” una pregnanza legata alla “vista” del perturbante. Per tutto il film gli sguardi dei protagonisti esprimono sgomento ed incredulità alla vista delle mostruosità nascoste sotto un’epidermide “conforme” alla norma. Il film, uno dei più teorici di Carpenter, descrive minuziosamente, chirurgicamente, il concetto di perturbante e la sua pervasività nell’esistenza dell’uomo moderno.

La teoria di Carpenter può essere compresa riprendendo le tre sequenze già citate e riflettendo sui loro elementi caratterizzanti. L’origine simbolica del perturbante è mostrata nella sequenza 1: la collisione sulla terra (il nostro “mondo” in senso lato) di un’astronave aliena (cioè un elemento profondamente “altro”). Il primo elemento fondante è quindi l’alterità, concetto legato non solo all’epoca e cultura moderne ma eterno, permeante l’uomo stesso e forse preesistente all’esperienza umana (la collisione avvenne forse prima ancora che l’uomo popolasse la terra?). La distanza che separa il sè dall’altro da sè è quindi l’origine del perturbante e rappresenta, a livello di subconscio collettivo, il residuo dell’individuazione dell’organismo: dall’aggregazione stessa del primo organismo monocellulare si determinò come effetto non secondario un residuo di attrazione/repulsione nei confronti del mondo esterno, per certi versi omogeneo e composto dagli stessi elementi rispetto al “nuovo” organismo, per forza di cose “eterogeneo”, in quanto distinto da esso. L’effetto di attrazione/repulsione è chiaramente amplificato nei confronti di un altro organismo omologo, ancor più omogeneo e nondimeno eterogeneo.

Una delle illustrazioni raffiguranti Cthulhu

Non a caso “La cosa” è stato definito come uno dei film più lovecraftiani, quasi una trasposizione cinematografica dei suoi archetipi: l’orrore di cui si parla non ha tempo, esiste da prima della nascita umana, prima della nascita del tempo stesso, vive in dimensioni al di là dell’umana comprensione e percezione, al di là del concetto stesso di realtà, come le divinità del pantheon evocato dal genio di Providence. Chi nutrisse qualche dubbio può leggere le pagine ove Lovecraft descrive le inconcepibili creature/divinità che hanno popolato i suoi racconti: Cthulhu, Azathoth, Yog-Sothoth, Nyarlathotep, etc). Per non parlare del capolavoro”Le montagne della follia” nel quale Lovecraft descrive la scoperta nel polo sud di giganteschi resti di una civilità vecchia di milioni di anni e di informi creature congelate nei ghiacchi (fonte di ispirazione per numerosi film tra cui “La cosa da un altro mondo”, del quale “La cosa” è il remake).

Si noti che il precipitare dell’astronave sulla terra implica un’inevitabile frizione (l’astronave, a causa dell’attrito provocato dall’atmosfera terrestre, si infuoca) ed uno schianto, a significare che esperire, venire in contatto con l’alieno, l’altro da sè, è di per sè perturbante, doloroso.

La sequenza 2 porta al passo successivo, la descrizione delle modalità secondo le quali l’elemento perturbante si mostra all’uomo e degli effetti del contagio:

  • La forma del cane da slitta è simbolica: il cane è il migliore amico dell’uomo. Di più, un husky in Antartide è strettamente vitale, indispensabile alla sopravvivenza. Quale veicolo migliore per il contagio… Il perturbante presenta quindi elementi di estrema familiarità ed un senso di innata sicurezza che spinge l’individuo ad abbassare e neutralizzare le difese interne ed esterne: il gruppo di uomini nella base antartica accoglie d’istinto ed amorevolmente il cane e lo difende sopprimendo l’anticorpo rappresentato dal norvegese armato di fucile.
  • Per riconoscere “la cosa” è necessaria una vista raffinata, addestrata, mediata simbolicamente dall’occhiale scuro, dispositivo che protegge gli occhi dagli abbagli e riflessi della luce accecante. Prova ne è che individui dotati di tali strumenti di “visione” sono il norvegese, ben conscio della pericolosità del cane/cosa ed intento a sopprimerlo, e soprattutto Mac Ready, il protagonista del film.

Mac Ready è un personaggio “altro”, non omologato al resto del gruppo, vive infatti in una baracca isolata e posta simbolicamente in posizione elevata rispetto al resto della struttura della base. Non a caso anch’egli pilota di elicottero (dotato quindi di una visione del mondo “dall’alto”, oltre i limiti dell’individuo comune), è il classico eroe/antieroe individualista carpenteriano, emulo del disilluso Snake Plissken di “1997: Fuga da New York” (anch’egli interpretato da Kurt Russel e, particolare non secondario, dotato di una vista “altra”, monoculare, a causa della benda sull’occhio).

  • Il perturbante è tanto più accolto nella società, quanto più ne riproduce i canoni estetici e le norme comportamentali. In tal senso si mostra docile, proprio come un cane, poichè nasconde la sua alienità sotto la maschera più rassicurante ed accettabile. Mai come in questo film infatti Carpenter inscena la situazione cardine della sua filmografia: “nulla è come sembra”. Di più: proprio nel simile, nella copia, si nasconde il male.

La cosa/perturbante entra nel gruppo e colpisce uno ad uno gli individui, inscenando, durante il processo di imitazione e copia, uno spettacolo pornografico di violazione e sconvolgimento della carne. Il contagio avviene per assimilazione, digestione, spesso veicolato da un fluido simile a liquido spermatico. A ben vedere il veicolo vero del contagio del perturbante è la sua stessa visione da parte delle vittime/spettatori, il mostrarsi della cosa sotto forme inaudite e indescrivibili, che feconda l’osservatore come il cane/cosa feconda gli altri cani: la vista è funzionale al diffondersi delle “cose”, molte volte il film infatti contraddice l’assunto che “la cosa” preferisca agire di nascosto ed occultarsi durante il processo di imitazione.

  • Gli effetti psicologici causati dalla vista del mostro/perturbante sono quindi spaesamento e inquietudine dell’individuo.

Il mostro non si può identificare nè nominare, il suo unico nome è indefinito: “la cosa”. Non ha forma, o meglio le ha tutte insieme. Ogni volta appare con fattezze nuove e sempre più disturbanti, poichè il suo obiettivo ultimo è innalzare, ad ogni sua apparizione, il livello di perturbante, attraverso una miscela via via più indistinta di elementi conosciuti ed insoliti.

Chiaro esempio è lo stravolgimento dei volti degli umani contagiati (il volto umano è chiara espressione dell’umanità, manifesta ed esperibile per l’osservatore). Inoltre, se inizialmente la cosa è dichiaratamente “aliena”, la progressione del film mostra “cose” sempre più mimetizzate e indistinguibili dall’uomo (ad esempio il biologo Blair, che solo alla fine del film si rivela essere una cosa), quindi sempre più immerse nella profondità della”uncanny valley”.

Una cosa

Cosa?

“La cosa” non ha caratteristiche proprie, ma conserva memoria di singoli tratti degli organismi che imita (cani, uomini, forse esseri artropodi).

  • Il perturbante è infatti veicolato da particolari, da singoli elementi di un’immagine che, in contrasto con l’equilibrio d’insieme e le consuetudini universalmente accettate, appaiono distorti, funzionalmente difformi. Si pensi agli arti, alle aperture simili a bocche dentate, alle protuberanze e viscere (dis)organizzate in grovigli insensati. Ciò che perturba è l’impossibilità di trovare alcuna logica o armonia in un groviglio siffatto di elementi ed organi. Questo perchè l’altro da sè mina il concetto di integrità dell’individuo, la sua sicurezza psico-fisica.

Durante tutto il film la cosa potrebbe essere ovunque, chiunque. Spesso infatti si nasconde negli individui più innocui e rassicuranti. Ad esempio il biologo Blair, come visto apparentemente il più consapevole dell’apocalisse in fieri, è stato una cosa fin dall’inizio? Se no, quando lo è diventato? Alla fine del film è in dubbio finanche l’umanità del protagonista, il superstite Mac Ready. Prima ancora, il suo ruolo non è chiaro: eroe o antieroe? L’umanità è salva o “la cosa” si annida nei superstiti, dormiente ed in attesa di essere risvegliata in futuro dalle squadre di soccorso? Tutto è sospeso in un clima di sospetto ed inquietudine.

La sequenza 3, come anticipato, descrive quindi il carattere biologico, cellulare del contagio. Per questo il perturbante evocato dalla pellicola è in primo luogo legato alla paura di malattie che, con le implicazioni psico-sociali che hanno determinato, più hanno devastato l’inconscio collettivo nella società contemporanea: l’AIDS e il tumore. Evidenti per entrambi i richiami espliciti: la trasmissione del virus attraverso il sangue ed il contatto di fluidi vitali, le devastazioni fisiche endogene ad un corpo in disfacimento, che pare quasi ribellarsi a se stesso. Il contagio cellulare rimanda però ad un concetto di “male” più profondo e pervasivo, quasi sostanziale alla vita stessa. Carpenter, ne “Il signore del male”, spingerà oltre ogni limite la sua visione pessimistica dell’universo, descrivendo il Diavolo come controparte maligna della materia, compresente alla realtà stessa comunemente esperita (in maniera analoga alla contrapposizione fra materia ed antimateria, prevista e sperimentalmente osservata dalla scienza moderna). Un concetto di “Male” inteso come entità autonoma, (meta)fisica, che poco ha a che vedere con la visione interiore, psicologica ampiamente diffusa dalla moderna cultura umanistica.

La riproduzione del virus a livello cellulare avviene, analogamente a quanto già descritto in ambito biologico, per contaminazione, mediante semplice contatto fra cellula “umana” e cellula “aliena”. L’effetto è sempre lo stesso: la cellula colpita dal virus è, alla fine del processo, indistinguibile da quella umana. A questo proposito, l’inizio del film propone una lettura interessante: il protagonista Mac Ready viene presentato per la prima volta mentre gioca (e perde) una partita a scacchi con un simulatore elettronico “Chess Wizard”, la cui interfaccia utente è caratterizzata da una voce femminile (che nella realtà è quella di Adrienne Barbeau, ai tempi la moglie del regista). A ben vedere, l’intero film è una “partita a scacchi”, nella quale l’oppositore (“La cosa”) depista continuamente il suo avversario conquistando di nascosto le sue pedine: la strategia di gioco è spietata e mira a coprire di sospetti le persone che si riveleranno poi essere umane (ad esempio Clark, l’indiziato principale del film, poichè più a lungo degli altri a contatto con il cane/cosa), per distogliere l’attenzione dai veri portatori del contagio. Inoltre le pedine, man mano che il gioco procede, cambiano colore senza che l’osservatore se ne accorga. Alla fine rimangono solo due pedine, di colore indefinito. Al bianco che caratterizzava l’apertura del film, si contrappone simbolicamente il buio notturno delle sequenze finali, rischiarato solo dagli ultimi e precari fuochi della base antartica, in via di estinzione. Come a dire che la vittoria della “cosa” sarà il buio, l’assenza di luce, l’impossibilità per l’uomo di discernere.

La fine

La prospettiva fornita dalla sequenza 3 indica che ogni singola parte della “Cosa”, persino una cellula, è un essere autonomo, come peraltro ribadito in numerose sequenze. “La cosa” è infatti puro istinto di conservazione, connaturato alla materia stessa. Il contagio, in quanto “riproduzione del virus”, in questa ottica è un’evoluzione del concetto stesso di riproduzione nel mondo animale. Già la natura prevede che in alcune specie di aracnidi e di insetti, come ad esempio la mantide religiosa, la femmina, alla fine dell’atto sessuale, uccida il maschio poichè non più necessario. Qui non è più necessario alcun atto sessuale, nè organismo femminile, la riproduzione avviene per “digestione” ed “imitazione” della “vittima”. Non è secondario quindi il fatto che nel film non vi siano personaggi donne. Il simulatore di scacchi ha però voce di donna, come ad indicare che l’unica figura femminile (biologicamente deputata alla riproduzione della specie) si nasconda nell’avversario di Mac Ready, “La Cosa”, destinata a vincere inesorabilmente, “barando”, come rilevato sarcasticamente da quest’ultimo. Se interpretato in quest’ottica, l’ambiguo finale offre ben poche speranze.

Una chiave di lettura del film è la metafora del senso di isolamento e sospetto che caratterizza gli individui, soli o in gruppo, nella società moderna. Il montaggio estremamente serrato contribuisce ad esasperare le dinamiche di azione/reazione dei singoli individui all’interno del gruppo: in fondo “la cosa” non fatica a seminare sospetti, paure, ossessioni, panico ed a causare ripetuti e paranoici tentativi di sopraffazione, più endogeni che esogeni al gruppo. Basta un elemento estraneo per separare, anzichè creare coesione e collaborazione fra gli uomini. Ulteriore punto di contatto fra Carpenter e Lovecraft è una prospettiva desolante della società, destinata inesorabilmente ad un’apocalittica implosione.

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