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Dopo l’introduzione teorica al concetto di perturbante e “uncanny valley”, il primo post dedicato a Ridley Scott (e le sue opere “Blade Runner” e “Alien”), il secondo post dedicato a “La cosa” di John Carpenter, continuiamo il nostro viaggio con una tappa fondamentale.

Terrore dallo spazio profondo (Philip Kaufman, 1978) – Il doppio o l’urlo dell’inumano

Il cinema è pervaso dalla tematica del doppio fin dalla sue più lontane origini. Gli elementi filmici che lo compongono sono spesso copie l’uno dell’altro, o meglio “doppi” cinematografici che ne riproducono forme e contenuti riattualizzandoli. Ciò è evidente nei casi di remakesequel e prequel. Esempio ne è il già visto “La cosa” di John Carpenter (1982), geniale remake del notevole “La cosa da un altro mondo” di Christian Nyby (1951), a sua volta trasposizione cinematografica del racconto breve “Chi va là?” di John W. Campbell. Recentemente è stato girato un prequel del film del 1982, “The thing” di Matthijs van Heijningen Jr. (2011), che raggiunge purtroppo solo la sufficienza per la mancanza di vera innovazione nelle tematiche trattate. In ogni caso è interessante considerare che la suddetta serialità sembra riprodurre metaforicamente il ciclo virale di repliche ed imitazioni che è poi la suggestione principale evocata dai film suddetti. Insomma, il contagio muove dal piano umano ad un livello che potremmo definire cinematografico/produttivo: se nel recente passato ciò implicava una riattualizzazione del modello originario rinnovandone gli spunti ed i simboli (è il caso del remake “La cosa” di Carpenter), oggi purtroppo l’unico esito è un superficiale richiamo ai fasti dell’originale in un’ottica di pura operazione commerciale, in assenza di nuovi stimoli ed idee (si veda “The thing” del 2011).

Discorso analogo, con giudizio sull’operazione invero più favorevole, può essere fatto con riferimento alla serie dedicata all’invasione degli “ultracorpi”. Dal romanzo “L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney (1955) fu tratto il seminale ed omonimo film di Don Siegel (1956). Caso unico in fatto di originalità è “Terrore dallo spazio profondo” di Philip Kaufman (1978), a metà fra remake e sequel del suddetto, al quale segue il più recente “Ultracorpi: l’invasione continua” di Abel Ferrara (1993), anch’esso piuttosto unico nel genere. Davvero trascurabile è invece il remake “Invasion” di Oliver Hirschbiegel (2007), opera che involontariamente incarna alla perfezione il concetto di baccello come metafora della superficialità (riproduzione vegetale e senz’anima di un essere organico).

Parleremo del film “Terrore dallo spazio profondo” per la sua rappresentatività e ricchezza figurativa nel campo del perturbante.

Il film si apre su quello che scopriremo essere un pianeta lontano, origine degli “ultracorpi”, primordiale, roccioso, piuttosto diverso da come ci aspetteremmo un mondo alieno. Contrariamente a “La cosa”, ci è dato vedere subito il mondo alieno e percepire l’assoluta estraneità, non umanità, degli organismi che lo abitano. Il termine “body snatchers”, che suona in italiano più o meno come “ladri di corpi” o “coloro che sottraggono corpi”, per una volta viene efficacemente sublimato nella traduzione “ultracorpi”, ad indicare qualcosa che trascende il concetto di corpo umano, inteso come sede dell’individualità, espressione dell’umanità. L’effetto della sequenza iniziale, che descrive il viaggio di esseri più simili a “fluidi”, “spore” che ad organismi viventi è fornire una visione “aliena” di uno spazio estremamente “altro”, lontano dal nostro rassicurante pianeta. Se in “La cosa” l’alieno era portatore di meccaniche biologiche e morali incomprensibili e del tutto avulse dall’umano, tanto da poter essere solo accennate in brevi sequenze, qui l’alieno è appartenente ad un mondo diverso, ma anch’esso coerente, pur nella sua freddezza e glacialità. D’altra parte, in analogia con “La cosa” carpenteriana, abbiamo il vorticoso precipitare di sostanze chimiche, entità informi, provenienti da un altrove spazio temporale indefinito, sulla Terra, sulla realtà particolare spazialmente definita (San Francisco) e scandita ossessivamente nel tempo (il ritmo giorno-notte, sonno-veglia della città).

Interessante in questa ottica esaminare in dettaglio l’incipit nel quale si osserva il terrore strisciare gradualmente nel quotidiano, trovando “terreno” fertile per germogliare: l’alieno è un vegetale che, in rivoli acquosi e fangosi, mette velocemente radici e germina; si nutre dell’humus già presente nella società, per poter prevalere sull’umano. A ben vedere il terrore, l’alieno, è già presente nelle prime sequenze. L’umanità è già sconfitta ab initio. Notiamo una scolaresca accompagnata da una maestra dallo sguardo alienato e a dir poco inquietante.

Come d’altra parte appare subito poco rassicurante un prete che su un’altalena osserva la scena (la telecamera riproduce in soggettiva, esaltandolo, il movimento ondulatorio della seggiola quasi a voler scardinare con forza le certezze dello spettatore, scuotendo il suo punto di vista e causando vertigine). Non è superfluo notare che i personaggi suddetti, apparentemente marginali, incarnano simbolicamente i ruoli principali di guida morale nella società moderna, veicoli delle uniche ancore di salvezza per l’uomo: la conoscenza e la fede.

La San Francisco del ’78 è il luogo che per eccellenza ha incarnato le istanze progressiste volte al rinnovamento della società americana. Cosa rimane di tutto ciò? Il film offre ironicamente la sua personale risposta: uno spettacolo invero impietoso di devastazione umana e sociale, premessa per la conseguente mutazione e replica all’infinito dei “corpi”, molecole del grande organismo “massa” che avrebbe raggiunto il massimo splendore negli anni a venire. Gli “80’s” erano infatti alle porte, l’edonismo reganiano della società dei consumi avrebbe inondato l’America ed il mondo intero con l’ossessione mercificante del benessere.

Come è avvenuto tutto questo? Nel piccolo, nel quotidiano. Attaccando e scardinando gli anticorpi stessi del virus degenerativo: la maestra ed il prete, per l’appunto. Ma questo è davvero solo l’inizio.

Vediamo un rappresentativo quadro di coppia: Elisabeth ha raccolto un fiore (in realtà il pericoloso baccello alieno), il marito Jeffrey la sente ma non la ascolta, la guarda ma non la vede: sta infatti osservando inebetito una partita al televisore con le cuffie alle orecchie. La bacia, apparentemente amorevole, ma la sua attenzione è rivolta allo schermo.

Ciascuno nel suo mondo, impermeabile all’altro.

Lei legge da un’enciclopedia un brano che descrive la particolare specie vegetale trovata nel prato. Una frase primeggia su tutte, sibillina: “E’accertato che alcune di queste piante possono svilupparsi in terreni devastati”. Per l’appunto, la coppia è un altro terreno devastato dove inscenare la replica dei corpi.

Matthew (uno straordinario Donald Sutherland) è il protagonista, insieme ad Elisabeth lavora per la Sanità Pubblica, lo vediamo all’operfa come rigoroso cacciatore di mistificazioni e “parassiti” nei cibi di un ristorante al quale fa visita. Il personale del locale appare però freddo e ostile, al punto da arrivare ad infrangere per vendetta il parabrezza della sua vettura: nella società moderna, chi si attiene pedissequamente alla morale, anche se solo per senso del dovere, si ritrova isolato ed osteggiato dalla comunità. Il quadro è desolante, forse gli ultracorpi non hanno ancora invaso il ristorante (anche se è lecito avere qualche dubbio in proposito), pur tuttavia il mondo è già pronto, predisposto per il contagio e la replica dei corpi.

Come può succedere tutto questo sotto gli occhi dell’uomo? Semplice, il contagio si diffonde durante il sonno. Di notte, quando la coscienza crolla e l’individuo dorme indifeso e tranquillo. Al risveglio, Elisabeth di colpo troverà al posto del marito un manichino imbellettato, senza emozioni nè dubbi, intento a gettare nel camion della spazzatura i resti dell’uomo vecchio. Un uomo nuovo è nato, bisogna quindi sbarazzarsi di quello vecchio insieme all’inutile retaggio di sentimenti, ansie, speranze … in poche parole alla sua umanità.

Man mano il contagio si diffonde, un occhio smaliziato può intravedere sullo sfondo delle sequenze successive molteplici segnali di un progressivo estendersi dell’invasione. In effetti sembra proprio che gli alieni abbiano vita facile a conquistare le nostre città senza che ce ne accorgiamo. Ciò è reso possibile grazie all’indifferenza del vivere moderno: l’individuo sostanzialmente si disinteressa delle sorti del suo simile, incapace di cogliere nel prossimo i germi delle mutazioni che prima o poi si troverà lui stesso a subire indifeso.

Altra tematica tipica di una società massificata, efficacemente rappresentata nel film, è quella del complotto e della “vuota” copia dell’individuo. Il film originale del 1956 inscenava la paura, latente nella società americana, nei confronti dello spettro della cospirazione comunista. Qui il riferimento è aggiornato ad una realtà storica diversa e di più ampio respiro: Elisabeth racconta di lunghi pedinamenti durante i quali osserva il marito (o ciò che ne ha preso il posto) confabulare, tramare e complottare con oscuri gruppi di affiliati, con finalità per il momento a lei ignote. Le meccaniche di mercificazione dell’uomo con le quali ci troviamo a convivere provocano un senso di estraneità nell’individuo e di ostilità nell’ambiente che lo circonda. In più, nella società americana, il complotto sembra quasi sostanziale al vivere nella comunità, quasi a significare l’ineluttabilità della sconfitta dell’individuo schiacciato dagli ingranaggi di onnipresenti trame oscure.

Elisabeth afferma che “Jeffrey non è Jeffrey!”, banale verità ontologica e vero e proprio mantra ossessivo per tutti i personaggi del film. L’uomo non è più uomo agli occhi del suo simile. Sequenza significativa è in questo senso l’incidente stradale al quale assistono Matthew ed Elisabeth chiusi nell’abitacolo dell’automobile: i resti dell’uomo sono sotto gli occhi dei protagonisti ma essi voltano lo sguardo, o meglio sono incapaci di vedere con occhi puri, incontaminati. Dopotutto se la “massa” (e tanto più la polizia) insegue l’uomo prima di essere investito, quest’ultimo DEVE essere un folle, DEVE aver fatto qualcosa. Significativamente è qui presente un’eco della “cosa” carpenteriana: un effetto sonoro simile ad un sinuoso “battito” cardiaco, un manifestarsi della dinamica biologica del contagio; tale metafora è presente soprattutto nelle sequenze nelle quali esso si caratterizza come diffusione endemica nella società umana.

Il film introduce un personaggio che sarà cruciale non solo ai fini diegetici, relativi allo sviluppo delle vicende narrate, ma anche e soprattutto a livello simbolico, per le suggestioni evocate man mano che assume i connotati di motore perturbante del contagio: il dottor David Kibner, interpretato da Leonard Nimoy (il vulcaniano “Spock” di Star Trek). Il suo ruolo di psichiatra e scrittore di successo gli conferisce da subito autorevolezza e rispetto: Matthew nel proporlo ad Elisabeth come confidente e valido supporto psicologico, lo definisce “un uomo intelligentissimo” e, aggiunge, “molto umano”. Ironicamente Matthew afferma che Kibner potrebbe dire ad Elisabeth se suo marito, Jeffrey, sia diventato repubblicano. Una semplice battuta che rimanda al sottotesto politico già accennato, fornendo un utile e profetico piano di lettura dell’invasione in oggetto. La complessità e la stratificazione tematica associata allo psichiatra Kibner merita un’analisi approfondita:

    • Fin dalle sue prime apparizioni, Kibner viene proposto come principale punto di riferimento per chi, come Elisabeth, sostiene di essere testimone di una “copia”, di un “contagio”
    • La sua strategia è quella di spingere il soggetto ad una razionalizzazione dell’esperienza vissuta, nell’ottica di una relativizzazione scientista. In un’occasione arriva ad affermare: “La gente sta diventando meno umana, non è che succeda da ieri”. Il processo di disumanizzazione non viene quindi negato, ma relativizzato, reso innocuo in base a categorie psicanalitiche che mirano a normalizzare il dissenso e ricondurre l’umanità alla sottomissione, diffondendo fiducia. In relazione ai numerosi casi di “contagio” propone l’interpretazione di una psicosi collettiva e dirà: “Diventa un fenomeno di massa”. Si consideri quanto questo aspetto costituisca una potente denuncia della potenziale minaccia costituita dalla strumentalizzazione del ruolo dello psichiatra e/o psicanalista nella società moderna. Un ruolo che nella storia recente, con il crollo delle ideologie e delle sicurezze tipico di una società liquida, rischia di assurgere, per ampi e diversificati strati sociali, ad un punto di riferimento morale, indiscutibile e quasi “messianico”.
    • L’indimenticato ruolo di Spock interpretato da Leonard Nimoy semina false suggestioni relative alla spiccata razionalità ed assenza di sentimenti di Kibner, con l’obiettivo di sviare lo spettatore fin dall’inizio. Le caratteristiche positive e rassicuranti proprie dell’alieno vulcaniano occultano il vero ruolo di Kibner: egli è il più efficace veicolo dell’invasione aliena.
    • Il guanto di pelle indossato da Kibner trasmette un senso di minaccia incombente. Esso rappresenta principalmente uno strumento di sopraffazione atto a ghermire le sue vittime: in quanto medico usa ripetutamente e visibilmente le mani come strumenti per somministrare farmaci e misurare la temperatura, cronometrare, sollevare palpebre. D’altronde esso è anche vera e propria “seconda pelle” e simboleggia quindi la contraffazione operata dall’involucro dell’ultracorpo.
    • La contrapposizione fra Kibner è Jack Belicek (un umanissimo Jeff Goldblum) simboleggia il conflitto fra la scrittura del primo, seriale e di massa, destinata al grande pubblico (la massa omologata di “copie”) e la creazione poetica del secondo, sofferta e sentita, propria dello scrittore emergente. Non a caso Jack in proposito dirà che la scrittura di Kibner è lo “sterco che tutti mangiano”.
    • Lo psichiatra somministra continuamente ai suoi pazienti/vittime sonniferi e tranquillanti. Lo fa anche in senso metaforico, ad esempio rassicurando Matthew, dicendo: “hai fatto quello che potevi”. Kibner spinge simbolicamente i suoi pazienti al sonno, alla sottomissione. Dirà, della crisi di Elisabeth: “La supererà con un buon sonno”.
    • Rivelandosi finalmente come alieno (ma è poi mai stato veramente umano?), esalterà la nuova specie, in contrapposizione alla vecchia, parlando di “un mondo imperturbato libero dall’ansia, dalla paura, dall’angoscia”. In definitiva, dall’umanità. “Paura e sentimenti non sono più di moda”. Jack Belicek, suo eterno rivale, è ora infatti suo alleato e ogni contesa e rivalità fra i due è tristemente sfumata.
    • Egli affermerà con orgoglio: “Ci adattiamo e sopravviviamo, lo scopo della vita è sopravvivere”, proponendo una lettura darwiniana dell’esistenza, ove l’assenza di umanità è percepita come nuova frontiera dell’evoluzone.
    • Rappresenta la forma più subdola e perturbante di contagio e “doppio” dell’umano: usa sempre modi gentili, consolanti, rassicuranti. Ma ogni sua espressione è studiata e, se Spock in quanto vulcaniano non rideva mai, Kibner lo fa in maniera costruita, artificiale. Talvolta manifesta artatamente finte emozioni per colpire e plagiare l’ascoltatore, come in una sequenza nella quale attacca violentemente Belicek in presenza di Elisabeth, con lo scopo esplicito e plateale di generare in lei un’emozione. Anche quando si rivela alieno non usa mai la violenza con le sue vittime ma l’arte della convinzione e persuasione.
Per i motivi elencati, il personaggio di David Kibner raggiunge nel film un vero apice del perturbante, generando estrema repulsione ed inquietudine proprio perchè i suoi modi sono appetibili e “umani”.

Matthew di contro è perdente proprio perchè fiducioso nelle possibilità di cambiare il sistema da dentro: ad esempio interagendo con le istituzioni precostituite ed usando mezzi di comunicazione ormai ostili e massificati, come nelle numerose sequenze nelle quali cerca senza successo di contattare le autorità. In una scena significativa, mentre gli altri elaborano teorie del complotto utili a decifrare l’accaduto, Matthew cerca di agire alla luce del sole, accerchiato in uno scontro kafkiano con la realtà moderna, vittima del contagio delle linee di comunicazione e delle infrastrutture della società. Se attualizzato alla realtà odierna, il film mostrerebbe come i mezzi dell’attuale società della comunicazione (telefoni cellulari, internet) siano ormai anticorpi della rivolta, troppo spesso emanazioni stesse della burocrazia.

L’estraniamento del punto di vista dello spettatore è spesso incoraggiato da inquadrature oblique, come nelle sequenze del rapimento/salvataggio di Elisabeth e della fuga da casa di Matthew.

Nonostante Matthew finalmente intraprenda la via della rivoluzione, distruggendo a badilate il volto della copia di sè trovata in giardino, non ha speranza di successo. Il film è pervaso da un profondo pessimismo. Il tentativo dei protagonisti di confondersi nella folla, occultando le umane emozioni, fallisce miseramente. I diversi, in un mondo ormai invaso, sono loro! La ripetizione ossessiva “io ti amo” fra Matthew ed Elisabeth non basta. L’amore non basta. E’destinato anch’esso a soccombere. Durante la fuga, Matthew ed Elisabeth incontrano imbonitori che li invitano a nutrirsi di pornografia nei loro locali. Essa è un ulteriore veicolo di mercificazione e simbolo di devastazione nella società contemporanea: “Per questi corpi qui c’è da dare anche l’anima”, “si sentirà un uomo nuovo”. La vista delle navi nel porto infonde una speranza di fuga solo passeggera: le stive vengono riempite di baccelli, per favorirne la diffusione. La globalizzazione è un illusione. Essa favorirà la mercificazione ed il contagio, decreterà la morte dell’umanità.

Il film si chiude con una delle sequenze più agghiaccianti della storia del cinema perturbante. Matthew conduce una vita apparentemente uguale a prima, fatta dagli stessi gesti, abitudini, movenze, ma profondamente diversa, vuota, fredda, una “non vita”. Nulla di veramente umano si può scorgere in lui. Riesce a fingere ed a confondersi tra gli alieni o è anch’egli una copia? Il dilemma troverà risposta nell’ultima inquadratura. Incontrando forse l’ultima superstite della razza umana, la additerà ed urlerà con il verso tipico degli alieni, un urlo molto simile a quello di una delle “cose” di Carpenter, un urlo che racchiude in sè lo straniamento e l’angoscia dell’intero universo. Un urlo che richiama alla memoria l’omonimo capolavoro pittorico di Munch e talune mummie peruviane conservate al “Musee de l’homme” di Parigi.

La cosa – John Carpenter
Terrore dallo spazio profondo – Philip Kaufman
L’urlo – Edvard Munch
Mummia peruviana – Parigi

Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.
Edvard Munch