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“Don’t clean up this blood”, non pulite questo sangue, sottotitolo del film e suo dichiarato intento programmatico. La volontà di non dimenticare, anzi di mostrare, con una crudezza e verosimiglianza inaudite e necessarie,  ciò che accadde nella scuola Diaz prima e nella caserma di Bolzaneto poi i giorni 21 e 22 luglio 2001. Lo scenario è quello noto dei disordini di Genova durante la riunione del G8 (capi di governo dei maggiori paesi industrializzati). Le fonti del film sono le inchieste giudiziarie che seguirono ai fatti narrati, in particolare le deposizioni dei giovani, italiani e stranieri, che furono letteralmente massacrati dalle forze di Polizia nei luoghi suddetti.

La memoria individuale e collettiva si ferma alle immagini delle aule vuote, riprese dalle telecamere dopo il pestaggio: sangue sui muri e sul pavimento, in macchie e pozze che lo sguardo non potè eludere.

Sangue

Prima ancora, le barelle portate fuori dalla scuola Diaz: immagini di ragazzi violentemente percossi, martoriati, insanguinati. “Black bloc”, si disse prima. “Le ferite erano pregresse”, poi. Infine vennero esibite armi ritrovate nella scuola e perfino, coup de theatre, due molotov: a giustificare l’inaudita violenza delle forze dell’ordine, troppo evidente anche per i mass media italiani, intenti a confezionare servizi ad uso e consumo di una “Berlusconia” a pieno regime.

Il film accenna appena alle devastazioni di Genova da parte dei black bloc, all’uccisione di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda ed alle polemiche che ne seguirono. Non c’è presunzione di completezza, ma si focalizza sul colmare il vuoto fra quelle immagini filtrate attraverso le strette maglie della rete ufficiale della (dis)informazione. Il plot ruota attorno alla sequenza centrale, ricostruita con precisione maniacale, del pestaggio nella scuola Diaz.

Essa è un buco nero che attira a sè tutto il resto, le discussioni, le motivazioni, le ragioni degli uni e degli altri. Alla luce radiosa della Genova en plen air, si contrappone il buio, i labirintici corridoi della scuola, ove ad ogni rampa di scale che i giovani in fuga si apprestano a salire corrisponde l’ingresso in un nuovo girone infernale, colmo di insulti, torture e violenze gratuite. Quasi una riedizione moderna delle torture di Salò o le 120 giornate di sodoma, di pasoliniana memoria, opera con la quale Diaz ha in comune certamente il tema della rappresentazione del potere.

Alessandro Roja

Il buio esteriore è rappresentazione e riflesso di un buio interiore: i personaggi efficacemente delineati da un’ottima schiera di attori, contribuiscono a mostrare la linea sottilissima, spesso invisibile, che separa la pedissequa applicazione della giustizia dall’abuso pianificato.

Alessandro Roja impersona il male dal volto sorridente, sottilmente strisciante nelle battute sardoniche e implacabile nell’infliggere dolore, bugiardo e vile nell’inscenare una finta aggressione da rivendicare pudicamente di fronte alle telecamere.

Claudio Santamaria

L’intenso Claudio Santamaria, ad una definitiva prova attoriale di maturità, è apparentemente un ragionevole capo squadra alle prese con eventi più grandi di lui. In realtà è una figura molto ambigua, sempre in bilico tra bene e male. Insieme alla spalla Paolo Calabresi impersona con efficacia il perturbante che permea le zone poco illuminate degli eventi narrati: possibile che nessun poliziotto raziocinante abbia visto, si sia accorto dello scempio, abbia udito grida, si sia ribellato? La risposta è nei loro sguardi. Nel vuoto delle loro insistite espressioni di sgomento. Il perturbante deflagra nella scena ambientata a Bolzaneto, ove il poliziotto impersonato da Santamaria, recandosi in bagno per espletare un bisogno, guarda senza guardare, ascolta senza ascoltare le evidenze delle torture in atto. Per poi uscire ed andare a fare colazione, prendendo le distanze da ciò che ivi accadeva, mettendo in atto un processo di rimozione del suo vissuto. Già alla Diaz aveva manifestato dissenso con le violenze delle quali era stato partecipe (attivo?). Sceglie di non scegliere, di non prendere una vera posizione. Perchè? Non è dato saperlo. Forse un duro monito per lo spettatore: prendere posizione nei confronti del male è una scelta chiara di campo, un gesto inevitabilmente rivoluzionario, di rottura, e tra uomini neri ed uomini bianchi spesso numerosi e determinanti sono gli uomini grigi, non così puri e limpidi come amano rappresentarsi.

Lo spettatore è colpito da più direzioni, invaso da una rabbia, un disgusto che lo avvolge a lungo, incessantemente, affinchè la coscienza non possa nè dimenticare nè rimuovere il massacro subìto dai giovani. E’importante entrare nel buco nero della scuola Diaz, guardare negli occhi la violenza, ancor più inaccettabile poichè di Stato, senza vie di fuga per lo sguardo ed i propri sensi, inermi di fronte alle immagini quanto le vittime sotto i colpi dei manganelli. Macelleria messicana, si disse con riferimento a quanto accaduto. La violenza psicologica messa in atto nella caserma di Bolzaneto mostra inquietanti rimandi a più oscure e, purtroppo, note vicende storiche passate: la storia si ripete, seppur in forme diverse. Il film mira a coinvolgere emotivamente ed a perturbare lo spettatore, affinchè nessuno possa più parlare di esagerazione delle testimonianze, nè giustificare quanto avvenuto come reazione più o meno legittima delle forze dell’ordine alle devastazioni di un gruppo di violenti presenti a Genova (lasciati scorrazzare per la città mentre la maggioranza dei manifestanti, pacifica e gioiosa, era destinata a soccombere di fronte all’accerchiamento dei poliziotti).

Diaz: Fabrizio Rongione in una scena tratta dal film

Il film è anche una potente riflessione sulla violenta reazione degli odierni mass media di regime nei confronti della democrazia orizzontale dei nuovi mezzi di informazione. Fa riflettere che le poche certezze emerse con forza nei processi provengano da registrazioni effettuate da telecamere fortuitamente scampate al massacro ed alla distruzione. Come ad esempio il passaggio di mano delle suddette molotov, in realtà surrettiziamente introdotte dalle forze dell’ordine nella scuola, o le non casuali violenze subite da innocenti e financo giornalisti italiani e stranieri presenti, inutilmente segnalanti intenti pacifici e non violenti. E’utile ricordare che la Diaz era la sede del Media Center del Genoa Social Forum, che si occupava di raccogliere informazioni e materiale prodotti dalle diverse associazioni di manifestanti, dare supporto informativo e legale a chiunque vi si rivolgesse. Tutto venne distrutto, con la giustificazione di identificare i black bloc e mettere in sicurezza, “sgomberare il manufatto”, ma con il chiaro intento di cancellare ogni possibile prova. Riflessione imprescindibile per chi si occupi di informazione nel panorama politico e sociale attuale, ove ogni voce “altra”, ogni prospettiva alternativa di lettura della realtà, è dipinta dai mass media, salvo poche eccezioni, come intransigenza terrorista (un tempo si sarebbe detto anarco-insurrezionalista).

In questo senso “Diaz” vuole esprimere una sincera vocazione ad una rinnovata libertà di informazione e giustizia sociale degne di un paese moderno e democratico, quale spesso l’Italia non sembra essere.

Sarebbe ingenuo pensare ad un’ennesima casualità se si considera che dopo i fatti narrati, i “movimenti”, che già a Porto Alegre avevano saputo interpretare la crisi di una globalizzazione governata dal capitalismo finanziario, non ebbero più l’indispensabile sostegno dell’opinione pubblica, nè la forza politica necessaria a incoraggiare una reale riflessione sulle aberrazioni del nuovo corso economico mondiale. Per non parlare della generalizzata caduta di consenso delle sinistre in Europa, colpevoli di non saper più interpretare le istanze di rinnovamento della società. In questa ottica nel film appare come elemento cruciale, seppure solo accennato, il riferimento ad una “regia dall’alto” delle violenze delle forze dell’ordine, suggerita dalla presenza di personaggi “esterni” che, simili a oscuri demiurghi, organizzano e tirano i fili della “bassa manovalanza”. Perchè un sì forte interesse a soffocare ogni velleità di protesta? Dopo oltre dieci anni possiamo trovare risposta nella lucida attualità e nella capacità di innovazione del pensiero formulato da tanti movimenti, diversi ed anche antitetici, riunitisi a Genova per manifestare, confrontarsi, parlare di crisi della finanza e di nuove strategie democratiche, utili al rinnovamento della società moderna. In un periodo, per di più, di recrudescenza del regime berlusconiano.

Si ricorda l’11 settembre 2001 come evento spartiacque fra la storia moderna del 20esimo secolo ed il nuovo corso sociopolitico mondiale del 21esimo. Forse, solo due mesi prima (c’è chi ritiene i due tragici eventi non così scorrelati) a Genova si è persa una battaglia fondamentale di democrazia e di informazione e pochi ne hanno avuto davvero coscienza.

File:G8 genova map.jpg

Genova - Zona rossa e zona gialla

Quali gli eserciti in campo?

Macerie

Le macerie sono oggi con tutta evidenza sotto i nostri occhi, nella definitiva incapacità della politica (ed in ultima analisi delle masse) di elaborare alternative democratiche di trasformazione della società. La prima ed unica risposta che lo Stato assicura a chi manifesta radicalmente il proprio dissenso è l’intervento massiccio delle forze dell’ordine, non assolvendo il ruolo fondamentale di stabilire un confronto il più possibile democratico con la cittadinanza. Il fine delle forze di polizia viene quindi spesso snaturato, o meglio trasformato, dall’originaria salvaguardia della cittadinanza ad una forza di occupazione del territorio e di deterrenza nei confronti di ogni manifestazione di dissenso.

In questa ottica, chi dissente trova davanti a sè un nuovo soggetto, invincibile e non identificabile: caschi, fazzoletti, divise sono lì ad occultare ed a rendere ancor più terribile la violenza di Stato, proprio perchè anonima.

L’importante film di Vicari è lì per ricordare a noi tutti che, al di là degli esiti processuali, è essenziale nel nostro Paese coltivare una vera coscienza democratica.

Sarà però difficile che dai processi ancora in corso emergano chiari profili di reato diversi dal semplice abuso delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti.

Un'impressionante immagine tratta dal film drammatico Diaz - Non pulire questo sangue

E’ per questo che è davvero importante interrogarsi su quali furono le parti in lotta e chi vinse davvero la battaglia, quei giorni di luglio 2001, non così lontani come sembra. Cui prodest?

Forse un film a tratti discontinuo, con qualche pecca di ingenuità, ma assolutamente da vedere per il suo imprescindibile valore testimoniale, nel panorama cinematografico italiano che, a parte qualche rara eccezione, ha ormai rinunciato al ruolo di interpretare e narrare i fatti che costituiscono la “storia” e l’evoluzione dell’Italia moderna.

Il 5 marzo 2010 i giudici d’appello di Genova, ribaltando la decisione di primo grado, hanno emesso 44 condanne per i fatti di Bolzaneto nel processo di secondo grado. Per quanto per la maggior parte prescritti, i condannati dovranno risarcire le vittime. Condannati a risarcire vittime e parti civili anche i ministeri di riferimento del personale presente nel carcere (ministero della Giustizia, dell’Interno e della Difesa), per una cifra complessiva superiore ai dieci milioni di euro. Sette imputati sono stati condannati penalmente: 3 anni e due mesi all’assistente capo della Polizia di stato Massimo Luigi Pigozzi, che, in base alle accuse, divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati di Bolzaneto. Ad un anno sono stati condannati gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia, mentre due anni e due mesi sono stati inflitti al medico Sonia Sciandra. Un anno ciascuno sono stati condannati gli ispettori della polizia di Stato Mario Turco, Paolo Ubaldi e Matilde Arecco, che avevano deciso di rinunciare alla prescrizione.

Amnesty International ha sottolineato l’importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani». È stato fatto notare da diversi media che la prescrizione sarebbe stata impedita se l’Italia avesse già introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come da obblighi derivanti dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.

Fonte: <Wikipedia>

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”

Amnesty International 

Trailer del film

Video dell’irruzione nella Diaz

Video 2 dell’irruzione nella Diaz