Tag

, , , , , , , , , , , ,


Per un’introduzione teorica al concetto di perturbante e “uncanny valley” si veda il post precedente.

Partendo dalle considerazioni fin qui svolte sarà utile a titolo di esempio analizzare alcune opere che possono essere essere definite “perturbanti”.

Alcuni film hanno ripreso in modo piuttosto esplicito i topoi fin qui esposti.

Blade Runner (Ridley Scott, 1982) – O dell’automa

Nella celebre sequenza ambientata in casa di J.F.Sebastian, il creatore di androidi, vengono mostrati una serie di automi più o meno somiglianti all’uomo.

Alcuni semplici manichini, altri sembrano veri e propri esseri viventi, con espressioni e movimenti antropomorfi.

Tutto è funzionale alla creazione di un contesto utile all’inquadramento di un personaggio: il replicante femmina Pris, interpretato dalla bellissima Daryl Hannah. Analizziamone le caratteristiche che ne fanno un esempio di perturbante. E’praticamente identica ad un essere umano, come del resto gli altri replicanti. Il trucco marcato e le movenze che la caratterizzano però la rendono simile talvolta ad una bambola erotica (denunciando quindi l’artificiosità e l’attrattività dell’involucro in contrapposizione alla “vuotezza” del contenuto), altre volte ad un pericolosissimo animale predatore (si vedano le sequenze della colluttazione e della sua morte straziante).

Del resto già la scena d’apertura del film aveva ben introdotto un sinuoso senso di perturbante associato ad un altro replicante, Leon. La scena in cui il poliziotto lo sottopone al test di riconoscimento “Voight-Kampff” è emblematica: le discrepanze che consentono l’identificazione del “diverso” non sono somatiche ma esclusivamente emotive, empatiche. L’ipotesi di base del test è che il replicante non abbia le stesse capacità di gestione dell’emotività proprie dell’essere umano. Quindi, messo sotto pressione e sottoposto a stimoli difficili da interpretare, può mostrare segni di alterazione psichica ed iperattività nervosa. La differenza uomo/automa è in definitiva esile, tanto da sembrare artificiosa e da contribuire alla fine del film ai pesanti dubbi sull’umanità o meno del protagonista stesso, il cacciatore di replicanti Deckard. Quest’ultimo, per tutto il film, oggetto di immedesimazione dello spettatore, che quindi eredita l’angoscia di essere un replicante, un automa (aggravata dalla già accennata difficoltà di diagnosi). Ciò è coerente con l’assunto principale dell’opera: la condivisione fra uomini e replicanti di dilemmi esistenziali affini. Lo spettatore, in questo senso,è Deckard, che a sua volta è Roy (il leader del gruppo di replicanti). In questo film e nel suo esemplificare la tematica dell’automa, possono quindi trovare applicazione i concetti di rilievo della mortalità e definizione religiosa di identità umana. Non a caso il film si chiude con la poetica sequenza della morte di Roy, preceduta da una serie di affermazioni e disquisizioni filosofiche sul senso della vita e della morte (o la mancanza di esso).

La violenza e l’aspirazione alla vendetta di Roy nei confronti del suo creatore si trasfigurano quindi nel vuoto esistenziale provato dall’uomo nei confronti del Padre divino. Ricordiamo che l’uccisione da parte di Roy del suo creatore, il dott.Tyrrel, era stata simbolicamente preceduta da un bacio, quasi a rievocare l’episodio biblico del bacio di Giuda a Gesù.

Alien (Ridley Scott, 1979) – Xenomorfi ed antropomorfi

Scott già anni prima in Alien aveva affrontato il tema dell’automa in un’ottica profondamente diversa. Il film è centrato sulla contrapposizione tra uno xenomorfo (essere alieno con struttura biologica estranea, non umana) e un gruppo di umani. Il primo assume il ruolo dell’elemento patogeno all’interno di un organismo (il corpo umano è infatti il “veicolo” del “contagio”, fisicamente è il bozzolo nel quale cresce l’organismo ospite). Apparentemente marginale è la presenza all’interno del gruppo di Ash, ufficiale scientifico che si rivelerà essere un cyborg antropomorfo, totalmente mimetizzato e considerato da tutti un essere umano. In realtà, vedremo, la figura del cyborg è centrale, tanto da comparire in ogni film della tetralogia di Alien, se pur in forme diverse.

Non è superfluo notare che è proprio Ash a consentire l’ingresso dell’alieno(virus) nella nave(organismo), violando apertamente la procedura di quarantena. Del resto era stata l’insistenza di Ash a spingere l’equipaggio ad investigare sul misterioso segnale di soccorso proveniente dal pianeta LV-426. Sarà poi Ash a proteggere la creatura, nel momento della “nascita” (“Non toccatelo, non toccatelo”). E’quindi lui il vero motore interno della storia, il “deus ex machina”. La rivelazione improvvisa della disumanità dell’androide costituisce una delle maggiori vette del perturbante cinematografico. Ciò che disturba non è tanto e solo la vista delle “viscere” dell’organismo cibernetico, altrettanto disgustose e quasi espressione di una biologia diversa da quella umana, più che di una sintesi artificiale. Coerentemente alla teoria dell’uncanny valley, il massimo del perturbante si ha quando si osserva Ash parlare e ragionare come un umano, anche se con voce inequivocabilmente sintetizzata. Le parole di Ash sono espressione della Compagnia Weyland Yutani: impiego dell’alieno per fini militari, massimizzazione del profitto, ogni altra priorità annullata, equipaggio sacrificabile.

Weyland-Yutani Logo.png

Le stesse informazioni espresse da “Mother”, il computer di bordo. Solo che un conto è sentirle da un computer, seppur con voce umana, un conto è ascoltare e vedere Ash. Egli è braccio del capitalismo estremo. E’ il vero elemento disumanizzante del film, proprio perchè apparentemente umano. Se lo xenomorfo è provvisto di doti biologiche tali da renderlo una perfetta macchina di distruzione (è puro istinto di sopravvivenza), allo stesso modo l’antropomorfo Ash è stato creato con perfetta sembianza umana al fine di poter meglio raggiungere il suo obiettivo ultimo: ingannare i sensi dell’uomo e sfruttare l’inganno per scopi economici, senza rimorsi nè scrupoli di moralità. E’l’inganno che perturba, non l’alieno che uccide per istinto di sopravvivenza. Ash è quindi ciò che l’uomo moderno rischia di diventare in una società capitalista. Non a caso Ash manifesterà la sua adorazione per l’alieno (non dettata naturalmente dal “sentimento”, concetto estraneo per un uomo sintetico, ma da un interesse scientifico ed economico, freddo e calcolatore):

“Un organismo perfetto. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità…  Ammiro la sua purezza. Un superstite… non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.”

Ash è l’altra faccia del replicante Roy di Blade Runner. Ad entrambi Ridley Scott consente un ultimo monologo, epitaffio prima di morire. Tanto poetico e visionario quello di Roy, quanto cinico e manipolatore quello di Ash. Ciò che perturba profondamente è che nella finta solidarietà che offrirà ai “compagni” umani, Ash infine mostrerà il volto umano del cyborg.

Egli, nelle sue contraddizioni ed ambiguità, nei suoi sotterfugi è forse più simile a noi che allo xenomorfo. In quanto espressione della Compagnia è infatti stato creato dall’uomo a sua immagine e somiglianza, ne ripropone le caratteristiche essenziali. Forse proprio per questo sarà annientato con violenza dai compagni, il suo sorriso beffardo sarà tolto velocemente di mezzo, quasi attuando un processo di “rimozione” del perturbante, lasciando al suo posto un “manichino” bruciato, simbolo esplicito dell’artificio.

Ma anche simbolo della falsità ed ipocrisia umane.