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Poster del film Monsters

L’effettista Gareth Edwards con budget  limitato (meno di un milione di dollari) dirige questa sua opera prima, già piccolo oggetto di culto, riservando non poche sorprese agli appassionati di fantascienza e non. La trama è semplice: il viaggio dal Messico verso casa di un fotografo statunitense e della figlia del direttore del giornale per cui lavora attraverso uno scenario post-apocalittico: una “terra di mezzo” in quarantena, oggetto di contaminazione di non meglio precisati esseri alieni, durante lo schianto avvenuto anni prima di una sonda spaziale NASA, al rientro da una missione di ricerca di forme di vita extraterrestri. Il viaggio avrà come obiettivo iniziale la salvezza della ragazza, ma diverrà sempre più occasione per i due di vivere un’esperienza conoscitiva ed emozionale comune. Gli stupendi scenari naturali (Messico, Guatemala, Belize) fanno da cornice ad un percorso di crescita, alla scoperta di un mondo interiore/esteriore “altro”, metaforicamente ai margini dei sentieri più battuti. Il film risente di qualche pecca di sceneggiatura, ma è nella sua essenzialità il punto di forza.

Costellato in alcune sequenze da espliciti e non celati omaggi agli spielberghiani Jurassic Park, del quale riprende infatti il senso magico dello stupore, e La guerra dei mondi, del quale ripropone analoga tensione strisciante, senza esondare in coevi esempi di invasione extraterrestre, fracassoni e banali, come World Invasion e Skyline, il film segue più da vicino l’esempio e le atmosfere del seminale District 9. Il messaggio antirazzista di quest’ultimo, che trasponeva mediante lo stratagemma della science-fiction scenari tipici dell’apartheid sudafricano ed il tema dell’accettazione del diverso, assume però qui un’accezione più intimista.

Da un punto di vista socio politico la segregazione di cui soffrono le popolazioni del centro America, sommata al problema dell’immigrazione dal Messico verso gli Stati Uniti, viene efficacemente mostrata attraverso l’espediente della quarantena e del “muro” di contenimento sorvegliato dalle ingenti forze militari statunitensi: il frequente e minaccioso sorvolare dei caccia contribuisce a infondere un senso diffuso di inquietudine e di pericolo imminente. D’altra parte le scene di morte e sofferenza delle popolazioni indigene vengono rappresentate con sguardo puro e trasporto empatico da una macchina da presa mai invadente, anzi lieve e discreta. Ciò, unito ad una scenografia naturalistica nitida e maestosa, conferisce al film un afflato quasi poetico ed il “reportage” dalla zona di guerra (il protagonista è un fotografo alla ricerca di uno scoop e gli scenari di devastazione rimandano alle zone di recenti conflitti come l’Afghanistan e l’Iraq) muove lentamente in territori intimisti.

Dopotutto gli alieni, poco mostrati durante il film eccetto le magiche sequenze finali, rappresentano solo un elemento catalizzatore, un fattore simbolico, metafora per lo spettatore di una natura che reclama un posto nel mondo, ottenendo come immediata ed unica risposta dall’evoluta “civiltà” occidentale quella militare (bombe, armi chimiche e segregazione), ormai ossessivo riflesso condizionato dell’uomo, moderno cane di Pavlov. Di contro, lo scenario naturale ed umano intimamente vissuto dai protagonisti infonde un senso di “magia del reale”, quasi nostalgico, che li porterà a rileggere la comune impasse relazionale delle loro vite “segnate”, accennata solo episodicamente durante alcune sequenze del film, per recuperare un vissuto emozionale più intenso, man mano che la storia procede. Potevamo già dall’inizio immaginare che la questione fosse non tanto capire cosa fossero i mostri del titolo, ma quali. Il finale circolare (occhio alle prime ed alle ultime scene), tende a svelare una faccia nascosta della storia narrata, inattesa e sorprendente.

Altro piano di lettura del film, tra i vari possibili, è una rivincita della “fiction” contro l’attuale tendenza al mockumentary post Blair witch project, caratterizzato da un’estetica improntata al realismo estremo (con tipica ripresa a mano notturna e sfocata) in realtà più finto della prima in quanto, questo si, esplicitamente artificioso. Non a caso mentre le sequenze che aprono e chiudono il film, riprese da una telecamera idealmente posta su un mezzo di trasporto e combattimento statnitense, offrono una lettura bellicistica e manichea tipica dei monster movie, il resto del film è sospeso in una atmosfera sognante che sembra rimandare allo stupore dei primi lungometraggi di George Melies, fornendo allo spettatore spunti ben più profondi e articolati: i ruoli dei buoni ed i cattivi sfumano gli uni negli altri fino ad un possibile capovolgimento.

Pur essendo un piccolo film con qualche pecca di ingenuità, Monsters vanta un’originalità senza precedenti e dimostra, qualora fosse ancora necessario, che un buon film di fantascienza non necessita di un eccessivo uso di effetti speciali o di mirabolanti innovazioni tecniche simil-Avatar. Una buona intuizione ed un’atmosfera molto ben costruita possono parlare di relazioni umane, dell’accettazione del “diverso” che ci circonda, delle guerre fra uomini e tra civiltà e natura, della paura che attanaglia l’individuo nella società moderna, impedendogli di vivere il mistero della vita e della verità che può nascondersi nel contatto umano.