Tag

, , ,


La bellissima Charlize Theron stupisce per la varietà dei ruoli da lei interpretati, che mostra di scegliere sapientemente film dopo film. Ne è passato di tempo dalla pubblicità del Campari dove il suo ancheggiare di spalle alla telecamera catalizzò l’attenzione vorace dello spettatore prima, dello star system poi. A ruoli tipici da avvenente bella e “bravina” come L’avvocato del diavolo, La maledizione dello scorpione di giada o da wonder woman in tuta di latex come Aeon Flux e in ultima analisi Hancock, ha affiancato ruoli spesso intensi (la prostituta serial killer di Monster, nascosta sotto una “maschera” pesante e sgradevole), espressioni di una femminilità per nulla remissiva (la dura e indocile poliziotta di Nella valle di Elah), se non addirittura crudi affreschi di donne devastate da profonde cicatrici fisiche e morali (The burning plain e l’apocalittico The road). Young adult, pur avendo toni di commedia semi-adolescenziale, si inquadra alla perfezione in questo secondo filone ed arriva, con intento quasi chirurgico, a porre sotto analisi un modello femminile patinato e “trendy” piuttosto in voga ai nostri giorni. Del resto il regista Jason Reitman si trova perfettamente a proprio agio con i toni del film, dopo aver diretto quel piccolo gioiello che è Juno dal quale già emergeva un quadro davvero sconfortante di una certa vuota borghesia americana, contrapposto al frizzante ritratto di un’adolescente “altra”, “stramba” (Ellen Page) ma in fin dei conti autentica, riuscendo nel contempo a trattare il tema della maternità giovanile in maniera affatto originale.

Anche con Tra le nuvole lo sguardo era puntato sulla “volatilità” del mondo del lavoro nei tempi di crisi finanziaria, sulla conseguente problematica sociale della perdita del posto di lavoro e sulle false e abbaglianti profezie di un guru della modernità (George Clooney), in realtà, sotto il velo patinato dell’apparenza, uno squalo con vita privata ridotta allo zero assoluto e fondamentalmente solo. Importante notare che sceneggiatrice di Young Adult è Diablo Cody, già autrice della originalissima sceneggiatura del già citato Juno. Quanto esposto generava legittime aspettative nei confronti del film, va detto ampiamente ripagate.

Mavis Gary (Charlize Theron), trentasettenne reduce da un divorzio, vive a Minneapolis ed è una ghost writer di una collana di romanzetti adolescenziali per giovani semi-cresciuti (Young Adult, per l’appunto). Il film stesso può essere letto come satira di tali storie confezionate per un pubblico vorace di “fast books“, rispecchiandone infatti plot e situazioni tipiche. Le prime sequenze del film dipingono un’esistenza metropolitana vuota, affastellata di risvegli allucinati in appartamento freddo e anonimo, di giornate in accappatoio o maglietta tra lo schermo del laptop, bottiglie di coca cola, alcool e cibo “fast food”, di relazioni “fast sex” e poco altro. Uno dei fulcri attorno ai quali ruota il meccanismo del film è l’identità di Mavis: ai tempi del liceo la più bella della scuola, l’inarrivabile e mitica pin up desiderata da folte schiere di compagni, meglio se brufolosi nerd, come si conviene al clichè della commedia adolescenziale. Oggi, percependo sotterraneo e strisciante il nulla della sua vita che avanza all’aumentare dell’età (per contrappasso sfoga la sua insoddisfazione ripetutamente sul suo mini-cagnolino-oggetto, torturandolo a più riprese in modalità sempre nuove), decide di incarnare di nuovo il ruolo a lei consono della femme fatale, del mito. Elemento scatenante è l’e-mail della moglie di Buddy Slade, una sua vecchia fiamma del liceo che vive ancora a Mercury, paese natale di provincia, che la mette al corrente della nascita della piccola filgia. Basta questo a far nascere in Mavis la determinata intenzione di tornare a Mercury per riconquistare il vecchio partner, strappandolo ad una noiosa vita di neo-papà.

Probabilmente è giunta ad un punto della sua vita ove si riconosce giovane e non più giovane (young adult per l’appunto) e si propone di verificare il ruolo che ha sempre “vestito”, forse consapevole che solo di vuota immagine si tratta, di sogno patinato e irreale. La scena dei titoli di testa descrive alla perfezione l’intero film: l’ascolto in macchina del brano pop-rock che in gioventù faceva da colonna sonora alla love story con Buddy. L’ascolto avviene su nastro (ormai vetusto simbolo di una spensierata e felice epoca edonistica, gli 80’s), che viene continuamente riavvolto, in un isterico loop, per perpetuare l’emozione del rivivere una giovinezza sul punto di passare e non tornare mai più. L’intero film è assimilabile a quel loop ossessivo, senza soluzione di continuità, caratterizzato dai sintomi tipici della coazione a ripetere di Mavis. La società in cui viviamo ha come protagonista assoluto l’uomo di superficie, che non ha più storia, emozioni, intelletto, profondità; gli rimane esclusivamente il suo corpo e l’isterica cura che gli dedica (il film è costellato di lunghe sequenze in cui la splendida Mavis si veste e si trucca con estrema cura, in modalità sempre nuove e appetibili per lo spettatore/seguace del mito). Mavis è espressione di una società (nel film simbolicamente rappresentata e messa alla berlina attraverso i clichè della commedia americana degli 80s), di un modo di esistere e di relazionarsi nel quale tutti, chi più chi meno, ci troviamo purtroppo immersi.

Nella pervicacia con la quale si risolleva da ogni sconfitta, gradualmente conquista la simpatia dello spettatore, fino all’instaurazione di una atipica immedesimazione, che d’un tratto stride nella disturbante e traumatica sequenza in cui finalmente si scopre una psicopatica masochista, mai cresciuta. Simbolo, a ben vedere, della nuova umanità imperante nella società liquida moderna. Young adult, ossimoro che caratterizza questa nuova forma di homo non più sapiens (ma videns) che, proprio perchè si rivendica ossessivamente “young”, non può essere veramente “adult”. Ma la vera sorpresa sarà rivelata più avanti, ove Mavis sembra finalmente giungere alla consapevolezza del superamento del suo ruolo ormai inadatto. Demiurgo di questa presa di coscienza è Matt, un suo vecchio compagno di liceo, ai tempi il classico nerd poi duramente malmenato alle gambe ed ai genitali perchè ritenuto omosessuale (in una società siffatta, il peccato più grave). Forse tra tutti, proprio perchè anch’egli devastato e portatore delle cicatrici della giovinezza, il più simile a Mavis e quindi il solo che possa vantare una relazione con lei che abbia qualcosa di autentico (tra l’altro è lecito domandarsi cosa sia stato più dannoso, se l’inettitudine prima e la menomazione poi per Matt o il ruolo da vuota pin up per Mavis). La vera sorpresa, dicevamo, è l’assunto che d’un tratto ribalta la ipotetica presa di coscienza di Mavis: se falsi miti di plastica, “di superficie”, hanno devastato, oltre che se stessi, un’intera generazione di adolescenti, forse è a causa della necessità, che permane in ampi strati della società, di mantenere quei miti come punti di riferimento. Miti che richiedono, per potersi affermare, lunghe file di inetti, inadatti alla maschera codificata del successo, del vintage, dello star system. Non riveleremo chi sarà, nel twist finale, a chiosare questa sconcertante lettura della realtà. Un inciso non secondario: se è pur vero che il profilo relazionale di Mavis è a dir poco sconcertante, vi invitiamo ad osservare attentamente i genitori, i conoscenti di Mavis a Minneapolis ed a Mercury, chiedendovi quali alternative propongano. La vera domanda è: riuscirà Mavis a trarre insegnamento dall’esperienza vissuta ed a intraprendere un’esistenza più vera, profonda, autentica? Il finale è falsamente sospeso, crediamo che il loop non si fermerà e che l’ossessiva coazione a ripetere di Mavis, lungi dall’essere risolta, imperverserà a lungo.

Film da non perdere, per la sua originalità, per la ricchiezza di piani di lettura, per la sceneggiatura ricca di spunti e mai banale. Ma soprattutto per l’impressionante interpretazione di Charlize Theron, la quale si propone tra l’altro come intelligente satira del ruolo di pin up che in genere si offre ad attrici di grande bellezza come lei. Il personaggio Mavis Gary rimarrà impressa nel nostro immaginario nella sua incarnazione dualistica e bipolare, imbronciata e disadattata in abiti malconci o splendida ed attraente in abiti impeccabili e vintage. Ed il film, apparentemente una divertente commedia, propone ad una più attenta analisi un personaggio femminile a tinte fosche, per il quale fino alla fine non sappiamo se provare compassione, empatia o ribrezzo, che più attrae e più perturba profondamente, in quanto portatore di una desiderabilità, un fascino che ci dicono molto del vuoto problematico dell’epoca in cui viviamo.