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Il cranio è struttura ossea umana misteriosa, evocativa e simbolica. Anatomicamente separa IL fuori (il mondo esterno) da IL dentro (il cervello, sede del pensiero; gli occhi il naso e la bocca, principali sensi necessari all’indagine del “fuori da sè”). Le circonvoluzioni ossee che descrivono le orbite oculari e le cavità nasali per un osservatore impressionabile si presentano conturbanti ed ipnotiche. Nulla è più beffardo del “sorriso” di un cranio dai denti oscenamente scoperti e minacciosi. Si potrebbe pensare ad esso come ad una “casa infestata” ante litteram (e non saremmo lontani dal senso dell’opera di Jacques Chessex). Tali caratteristiche lo hanno reso spesso protagonista nella storia e nella letteratura umane, non ultimo il ruolo centrale che Shakespeare gli dedicò nel suo “Amleto” con l’ormai famigerato eloquio “essere o non essere”. Se poi il cranio in questione appartiene al divin marchese Donatien-Alphonse-Francois de Sade e lo scrittore che si propone di ricostruirne le vicende ultime è Jacques Chessex, il corto circuito fra arte vita e storia scatta inesorabilmente, proponendo al lettore molteplici piani di interpretazione possibili.

Ultimo libro dello scandaloso scrittore svizzero, uscito postumo dopo la sua morte avvenuta nel 2009, summa della sua arte narrativa, “L’ultimo cranio del marchese di Sade” riprende le atmosfere gotiche e minimali del magistrale “Il vampiro di Ropraz” (2007), il proposito introspettivo-autobiografico de “L’orco” (1973) e l’analisi socio-simbolica de “Un ebreo come esempio” (2009). Diremo subito che la personalità ed il ruolo storico del marchese vengono solo accennati nella prima parte del romanzo, nella quale si ricostruiscono gli ultimi giorni del settantaquattrenne nell’ospizio di Charenton, luogo ultimo di detenzione ma anche e soprattutto luogo simbolico di confine. Tra genio e follia, tra intelletto ed istintività, tra bene e male, in ultima analisi tra vita e morte. Sade è presentato nella sua fisicità, sporcizia, (dis)umanità, perversione e via via che il racconto procede assurge a simbolo, a manifestazione, “fantasma” del lato oscuro dell’uomo moderno e già vecchio. La narrazione dei fatti è strettamente funzionale a tratteggiare i contorni di un aristocratico morente che ricorda molto da vicino il coevo mito del vampiro di Bram Stoker. Come il conte Dracula soccombeva romanticamente sotto i colpi della ragione ed incarnava nella sua imago (“fantasma”) il dissolversi di una società antica con regole e codici stratificati sotto il maglio di una borghesia incipiente, così il marchese di Sade catalizza su di sè il male, la perversione, l’istinto di morte umani in opposizione alla ragione, al calvinismo, alle convenzioni sociali, alla purezza religiosamente esibita ma troppo spesso espressione di una maschera sotto la quale abita la turpitudine e l’ipocrisia (temi fondanti del vampiro di Ropraz, altro testo fondamentale dell’autore). Chessex non risparmia al lettore espliciti dettagli sulle attività oscene di Sade, spingendosi ai confini dell’orrido e della pornografia, tanto da far conquistare al libro la censura in Svizzera (pensiamo che il divin marchese ne sarebbe stato davvero fiero). Ma ciò che fa gridare al capolavoro è il capovolgimento operato dallo scrittore a metà racconto, ove dopo l’annunciata dipartita del marchese comincia il vano inseguimento delle sorti del suo cranio, oggetto misterioso e portatore di sventure agli sfortunati possessori. Alla cronaca quasi giornalistica degli eventi che giungono fino ai nostri giorni, puntellata da considerazioni morali e filosofiche, si sostituisce lentamente la disperata ossessione fantasmatica dell’autore Chessex, sospeso e tormentato tra realtà e sogno, struggimento ed estasi, per giungere infine ad una crudo ed insondabile visione premonitrice della morte dell’autore (essa avverrà 2 ore dopo la stesura ultima del romanzo). Chessex ci ricorda che la morte viaggia con noi, ci è sorella, repelle ed attrae, nel gioco infinito e blasfemo di Eros e Thanatos, pulsioni che si compenetrano indissolubilmente. Il monito per noi uomini è essere sempre consapevoli di questo dualistico gioco delle parti, tenere kubrickianamente gli “EYES WIDE SHUT”, ricordare che la realtà non è altro che un sogno e che i sogni sono spesso l’essenza stessa della realtà, sunto del doppio sogno schnitzleriano. Il rischio nel guardare la morte beffarda negli occhi è perdersi nelle nere orbite di un cranio e non trovare più la via d’uscita.

Inutile dire che la lettura di questo libro è fortemente consigliata. In poco più di 100 pagine l’autore è capace di tratteggiare un’opera posseduta da forti passioni e abitata dal mistero, con un inconfondibile stile minimalista che già aveva reso grande “Il vampiro di Ropraz”. Il lettore ne sarà catturato e l’esperienza non lo abbandonerà alla fine del libro, creando forti risonanze fra i grandi temi di vita e morte ed il vissuto personale di ciascuno.

“Proprio perchè l’uomo è solo, ha così terribilmente bisogno di simboli. Di un cranio, di amuleti, di oggetti di scongiuro. La consapevolezza vertiginosa della fine dell’individuo nella morte. A ogni istante, la rovina. Forse bisognerebbe considerare la passione per un cranio, e singolarmente per un cranio stregato, come una manifestazione disperata di amore di sè e del mondo già perduto”

Jacques Chessex, L’ultimo cranio del marchese di Sade

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