Zero Dark Thirty, di Kathryn Bigelow

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Il film è basato sull’attività di intelligence che ha portato all’individuazione e all’uccisione di Osama bin Laden, il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, Pakistan da parte del DEVGRU. La trama si sviluppa in un arco di tempo compreso tra il 2001 e il 2011, e narra le indagini e le ricerche che portano l’agente CIA Maya (Jessica Chastain) a scovare il nascondiglio del terrorista Osama bin Laden.

Il penultimo film di Kathryn Bigelow, The Hurt Locker, era pervaso da un evidente compiacimento da parte della regista e dello sceneggiatore Mark Boal, che stonava e deviava lo spettatore dalla realtà (il pantano dell’invasione statunitense in Iraq), riproponendo un’estetica fortemente imperialista ed accodandosi alla lunga lista di film che esaltano le gesta dei soldati americani salvatori del mondo.

Sono invece rimasto piacevolmente colpito da “Zero Dark Thirty”, oltre che dal punto di vista tecnico e spettacolare (fotografia e montaggio eccezionali, ineccepibile meccanismo di costruzione della tensione con accumulo finale nella impressionante sequenza dell’operazione notturna), anche dal punto di vista contenutistico, o meglio “simbolico”.
Non vi è esaltazione della tortura da parte degli agenti CIA, semmai una sua doverosa rappresentazione, piuttosto cruda e realistica. Del resto la violenza esercitata non sembra sortire alcun effetto evidente nei confronti del fanatismo estremo, fideistico, dei prigioneri musulmani.
La regista ha voluto fotografare gli eventi “acriticamente”, senza esprimere giudizi, obbligare gli spettatori alla crudele visione, “condannarli” a vivere una violenza per lo più occultata dai media (simbolicamente Maya entra nella sala delle torture, non si limita a guardare dallo schermo, seppur visibilmente provata dall’esperienza). A ben vedere si rileva un diffuso senso di condanna nei confronti delle violenze perpretate sui prigionieri.

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John dies at the end, Django unchained, Cloud Atlas

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Tre post in uno. Riportati in ordine decrescente di giudizio. Perchè doverosamente trattasi di film sui quali non mi sento di parlare a lungo. Il primo, perchè sarebbe un delitto. Il secondo, perchè ottimo prodotto d’intrattenimento, comunque piuttosto sopravvalutato. Il terzo, poichè roboante e magniloquente fiera delle ovvietà.

John dies at the end, di Don Coscarelli

Vi prego, recuperate questo film e guardatelo a tutti i costi. Non posso e non voglio anticipare nulla della trama, ogni dettaglio vi rovinerebbe il gusto della scoperta, inquadratura dopo inquadratura. Film geniale, divertentissimo, disturbante … ma ogni aggettivo sarebbe inappropriato. Horror, commedia adolescenziale, teen-slasher, fantascienza post-apocalittica. Tanti generi mescolati fra loro, in un non-genere, ed il risultato è … perfetto! Calibrato in ogni sfumatura, in ogni minimo particolare, sempre stimolante e mai banale. Coscarelli (genio creatore di quel capolavoro che è Phantasm, del 1979, film che mi ossessionò non poco da bambino e mi causò lunghe notti insonni) mostra di conoscere tutti i topoi classici dei film horror e di fantascienza, di padroneggiarli alla perfezione, tanto da colpire violentemente per poi irridere lo spettatore e stupire cambiando repentinamente il registro della narrazione. Il tutto senza una sbavatura. Vi troverete a ridere fragorosamente, per poi riflettere subito dopo sul senso della vita ed essere poi scaraventati in un episodio de “Ai confini della realtà” … per poi infine trovarvi ammutoliti vagando nel nichilismo di un universo (e anche più di uno!) senza senso e direzione. Solo i grandi possono permettersi tanto e Coscarelli, d’ora in poi, può veramente tutto.

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The Master, reprise

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Poche volte mi capita di tornare su un film, peraltro già abbondantemente discusso. Nel caso di The master non esito a farlo, per le qualità intrinseche dell’opera e la capacità di Paul Thomas Anderson di rappresentare traumi e suggestioni del Moderno.
Segnalo, in aggiunta alla mia recensione che trovate nel post precedente, le straordinarie analisi de gli spietati, come sempre ricche di spunti e suggestioni.

Recensioni de “Gli spietati”

Ciò a sottolineare, qualora fosse ancora necessario, quanto il nuovo percorso autoriale di Anderson sia apprezzato da queste parti, in quanto, quest’ultimo, fra i pochi coevi esponenti di un cinema davvero capace di sondare l’animo umano e trasporre su schermo gli orizzonti, i traumi, le ossessioni dell’America moderna. Oltre a regalarci alcune tra le sequenze più ipnotiche e cariche di simboli del cinema di tutti i tempi.

A dimostrazione che l’Arte cinematografica, con la A maiuscola, è più viva che mai.

 

 

The Master, di Paul Thomas Anderson

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Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale con evidenti problemi nevrotici, ossessionato dal sesso e alcolista (distilla da sè intrugli chimici che somministra a sè ed agli altri). In seguito ad un’accusa di omicidio, durante una fuga, incontra casualmente Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), sedicente filosofo e scienziato, capo carismatico de “La causa”, gruppo di sperimentazione di nuove e controverse tecniche di indagine dell’inconscio. Inizia così un sodalizio che li vedrà confrontarsi e scontrarsi in un viaggio che li condurrà su strade diverse.

Paul Thomas Andreson, dopo l’imprescindibile capolavoro “Il petroliere” (“There will be blood”), compie un passo ulteriore e decisivo nel percorso di definizione di un suo personalissimo cinema. Con The Master (premiato a Venezia 2012 con Leone d’argento alla regia, coppa Volpi migliore interpretazione maschile ex aequo ai due protagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman) riprende alcune tematiche dell’opera precedente, ma sorprendentemente si muove in un campo affatto diverso: tanto Il petroliere era scandito da un ritmo travolgente, sanguigno ed epico, quanto questo The Master è invece sospeso in un clima etereo, sognante, ipnotico e più sottilmente inquietante.

Ne “Il petroliere”, ambientato agli inizi del ventesimo secolo, la dialettica fra i personaggi Daniel Plainview (il petroliere) ed Eli Sunday (il prete) era simbolica dello scontro tra capitalismo e fede religiosa alle origini della cultura imprenditoriale occidentale; ne “The Master”, ambientato nella seconda metà del ventesimo secolo, più precisamente a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il maestro Lancaster Dodd, pur ispirandosi esplicitamente al personaggio storico L. Ron Hubbard, fondatore di Scientology, rappresenta qualcosa in più, una figura emblematica e quasi archetipica, decisamente ambigua.

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Prometheus, di Ridley Scott

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Tanto si è detto e scritto su questo film, che stavolta adotto un approccio per così dire ecologico.

Perchè aggiungere parole, opinoni, motivazioni, quando più o meno tutto ed il contrario di tutto è già stato detto?

Quindi…

Di seguito il link alla recensione che più ho trovato coerente con la mia  personale visione del film.

Prometheus – Recensione de “Gli spietati”

P.S. – Lo faccio anche perchè non ho molta voglia di cimentarmi in un post su un’opera che considero, al di là del puro intrattenimento, sterile e deludente. La vita è breve e le nostre energie limitate, perciò si dovrebbe concentrarle solo su ciò che piace ed appassiona.

Davvero interessante e da vedere è invece la “viral clip” sull’androide David.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno, di Christopher Nolan

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Il cavaliere oscuro - Il ritorno: il primo poster italiano del filmSiamo finalmente giunti al momento tanto atteso: il capitolo conclusivo (stando a quanto anticipato dal regista) della trilogia di Christopher Nolan dedicata all’uomo pipistrello. Sempre più rare sono le visioni cariche di un’attesa paragonabile a quella sapientemente costruita da Nolan intorno a questo film, giustificata dall’altissima qualità dei due capitoli precedenti (Batman begins e Il cavaliere oscuro), a mio personale parere le migliori trasposizioni di personaggi dal fumetto su pellicola. Premetto che sono un grande estimatore del cinema di Nolan, a partire dagli esordi (Following) fino all’ultimo discusso film (Inception); è doveroso poi precisare che la presente recensione non terrà conto dell’attinenza dell’immaginario filmico evocato da Nolan con l’universo fumettistico DC legato a Batman. In ogni caso, nel processo creativo insito nella sceneggiatura e regia del film, non considero una debolezza la rivisitazione/contestualizzazione del soggetto originario di Bob Kane (e delle numerose rivisitazioni fumettistiche successive) in chiave moderna e più realistica. Semmai ritengo quest’ultima il vero punto di forza dell’approccio di Nolan, in quanto non fa che elevare ulteriormente lo statuto autoriale del regista. Avendo partecipato all’anteprima italiana del film, avrò infine cura di evitare spolier, a beneficio degli spettatori che non vogliano rovinarsi la sorpresa durante i numerosi colpi di scena. Alcune considerazioni approfondite sul finale del film sono riportate nell’ultima sezione di questo articolo, da leggersi solo dopo aver visto il film.

Dirò subito che la prima visione del film ha suscitato in me reazioni contrastanti, il che mi porta ad esprimere un giudizio non completamente soddisfacente. Infatti, pur elevandosi decisamente sopra le altre opere dedicate all’eroe mascherato (citiamo per decenza solo le due trasposizioni di Tim Burton), questo episodio non raggiunge la compattezza e profondità dei primi due. In particolare è alquanto deludente il confronto con il secondo episodio (Il cavaliere oscuro), quest’ultimo un emozionante ed imponente meccanismo ad orologeria perfettamente concepito in tutte le sue parti.

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Riflessioni sul perturbante nel cinema – 3 – Terrore dallo spazio profondo

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Dopo l’introduzione teorica al concetto di perturbante e “uncanny valley”, il primo post dedicato a Ridley Scott (e le sue opere “Blade Runner” e “Alien”), il secondo post dedicato a “La cosa” di John Carpenter, continuiamo il nostro viaggio con una tappa fondamentale.

Terrore dallo spazio profondo (Philip Kaufman, 1978) – Il doppio o l’urlo dell’inumano

Il cinema è pervaso dalla tematica del doppio fin dalla sue più lontane origini. Gli elementi filmici che lo compongono sono spesso copie l’uno dell’altro, o meglio “doppi” cinematografici che ne riproducono forme e contenuti riattualizzandoli. Ciò è evidente nei casi di remakesequel e prequel. Esempio ne è il già visto “La cosa” di John Carpenter (1982), geniale remake del notevole “La cosa da un altro mondo” di Christian Nyby (1951), a sua volta trasposizione cinematografica del racconto breve “Chi va là?” di John W. Campbell. Recentemente è stato girato un prequel del film del 1982, “The thing” di Matthijs van Heijningen Jr. (2011), che raggiunge purtroppo solo la sufficienza per la mancanza di vera innovazione nelle tematiche trattate. In ogni caso è interessante considerare che la suddetta serialità sembra riprodurre metaforicamente il ciclo virale di repliche ed imitazioni che è poi la suggestione principale evocata dai film suddetti. Insomma, il contagio muove dal piano umano ad un livello che potremmo definire cinematografico/produttivo: se nel recente passato ciò implicava una riattualizzazione del modello originario rinnovandone gli spunti ed i simboli (è il caso del remake “La cosa” di Carpenter), oggi purtroppo l’unico esito è un superficiale richiamo ai fasti dell’originale in un’ottica di pura operazione commerciale, in assenza di nuovi stimoli ed idee (si veda “The thing” del 2011).

Discorso analogo, con giudizio sull’operazione invero più favorevole, può essere fatto con riferimento alla serie dedicata all’invasione degli “ultracorpi”. Dal romanzo “L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney (1955) fu tratto il seminale ed omonimo film di Don Siegel (1956). Caso unico in fatto di originalità è “Terrore dallo spazio profondo” di Philip Kaufman (1978), a metà fra remake e sequel del suddetto, al quale segue il più recente “Ultracorpi: l’invasione continua” di Abel Ferrara (1993), anch’esso piuttosto unico nel genere. Davvero trascurabile è invece il remake “Invasion” di Oliver Hirschbiegel (2007), opera che involontariamente incarna alla perfezione il concetto di baccello come metafora della superficialità (riproduzione vegetale e senz’anima di un essere organico).

Parleremo del film “Terrore dallo spazio profondo” per la sua rappresentatività e ricchezza figurativa nel campo del perturbante.

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